Un autoritratto in forma di lettera. Lea Colliva e la sua corrispondenza

Potremmo descriverla per aggettivi, l’artista che ci ha lasciati: tenera e ombrosa, ad esempio; tollerante ed impaziente; gioiosa e amara. E continuiamo: tagliente, pentita, dispettosa, segreta, gelosa, generosa. Mai meschina, anzi, vibrante di qualcosa di eroico che ritroviamo prodigiosamente intatto nei suoi dipinti e che fa sì che essi abbiano la virtù di scatenare in chi li osservi emozioni inconsuete e senza dubbio estreme”, Elena Gottarelli [1].

 

Chi ha avuto modo di visitare, o visiterà, la mostra Ineffabile Lea. Lea Colliva (1901-1975). A cinquant’anni dalla morte potrà vedere, nella prima sala, una serie di autoritratti dell’artista, dipinti nell’arco della sua lunga carriera. Questa scelta di allestimento permette di cogliere immediatamente l’evoluzione del suo linguaggio pittorico, nel costante tentativo di giungere ad un’espressione di sé quanto più fedele possibile.

 

Lea Colliva, Autoritratto con tavolozza, olio su tela, 1923, Fondazione Bertocchi Colliva (AP 280)

 

Lea Colliva, Autoritratto nello studio con le mani sul tavolo, olio su tela, 1965, Fondazione Bertocchi Colliva (AP 298)

 

Per l’artista bolognese la pittura rimase sempre il mezzo espressivo privilegiato; tuttavia, soprattutto in età giovanile, sperimentò altri linguaggi: tra questi la fotografia e ancor di più la scrittura. A soli quattordici anni, con il proposito di diventare scrittrice, scrisse e illustrò il suo primo romanzo, oggi purtroppo perduto.

Proprio la scrittura ha giocato un ruolo fondamentale nella vita di Colliva, ed è interessante notare quanto della sua personalità emerga dalle lettere indirizzate ai familiari e alle amiche di una vita: confessioni private e rivelazioni affidate alla pagina di getto, impulsive e impetuose.

Che ritratto emerge da queste lettere? Una personalità intensa, assoluta, una donna completamente assorbita dall’arte, che non percepisce come una professione, ma come una necessità vitale: il tono delle lettere è urgente, a tratti febbrile, come se la pittura fosse l’unico modo possibile per stare al mondo, nonostante per lei fosse difficile convogliare le proprie emozioni nei dipinti.

Le prime lettere confermano il rapporto felice con la famiglia, alla quale scriveva: «Non sarò mai riconoscente a voi di procurarmi tanto bene materiale e spirituale»[2]. Un amore certamente ricambiato; la sorella Renata, infatti, nel 1929, a proposito del Diploma d’Onore che Lea ricevette dopo aver esposto a Barcellona, scrive:

«Nelle molte notizie che mi dai, nelle speranze che si vanno concretando, in questo bagliore improvviso che interrompe il grigiore dei nostri ultimi mesi, si sono immediatamente concentrate le mie attenzioni, anche le più intime e profonde. E sono volta veramente a te, come la più cara speranza. Non avere quindi timori di nessun genere, né ringraziare tante volte, perché siamo noi tutti che dobbiamo ringraziarti per quella vitalità che è in te e che, quando si mostra così trionfante, ci rende tanto orgogliosi»[3].

L’intensità emotiva che Lea rivela nelle lettere si riflette nel ritmo nervoso delle frasi, quasi sconnesse a tratti, come se il pensiero faticasse a rimanere contenuto in una forma ordinata. Anche la sua calligrafia è un ottimo elemento rivelatore: alcune lettere risultano praticamente “illeggibili, con una scrittura vorticosa e interi paragrafi cancellati”[4]. In sé, esse non costituiscono un mezzo diretto per spiegare i dipinti: è tramite il dialogo con chi le legge e le interpreta che esse diventano uno strumento prezioso per comprendere il lavoro dell’artista.

Fondamentale in questo senso è la figura di Lina Cané, insegnante e traduttrice, ma soprattutto amica di Lea e sua corrispondente per circa trent’anni. Fu lei a selezionare e isolare i passaggi più significativi del loro scambio epistolare, cercando di dare ordine alla visione dell’amica, a volte anticipando sviluppi che avrebbero trovato forma pittorica solo anni dopo. Già nel 1947 Lina scriveva: «E adesso Lei vede in che senso “i colori hanno parlato”, scoprendo il riposto colore dell’esistenza. Capisce vero? “Fioriamo” in eterno, e i nostri colori sono “trasposti” in una fermezza di immortalità; o “moriamo” in eterno, e il sangue nostro è il tono più cupo e il fuoco più bruciato di un’illimitata doglia universale?»[5].

 

Lea Colliva, Corolle splendenti, olio su cartoncino telato, 1969, Fondazione Bertocchi Colliva (AP 450)

 

«[…] sprigionava un’energia violenta che sapeva trasformare in buone maniere, in squisite premure umane, e che a volte si rivelava di origine vulcanica, con tutti i rischi del caso; intendiamo dire che la Colliva non ha avuto un carattere facile; ma intendiamo dire soprattutto che è stata una donna completamente dominata dall’arte, tremendamente vittima e gloriosamente vittoriosa d’una forza sotterranea con la quale s’è cimentata ogni giorno, ogni ora della propria esistenza»

Elena Gottarelli [6]

Il tema dell’arte come destino ineludibile attraversa tutta la riflessione di Colliva. Più che di successo, l’artista parla di fedeltà a sé stessa, mostrando diffidenza verso l’idea di carriera e una forte riluttanza a subordinare la pittura a esigenze economiche o di visibilità pubblica.
Elena Gottarelli, che dedicò alla memoria di Colliva diverse pagine nel 1976, ricorda come vedendo l’esempio del suo collega Flavio Bertelli, che rinunciava alla propria dignità d’artista per assecondare i committenti, Lea espresse la volontà di non dipendere dal denaro ricavato dalla vendita dei suoi dipinti, ma di riuscire a dipingere liberamente, potendo contare su un (seppur modesto) salario come insegnante [7] .

«Qualsiasi creatura umana ha diritto a un suo istante di bellezza, e che questo istante – eterno, per me – e questa bellezza è l’arte, per suo patire e assunto. Tonalità dell’anima» [8]

 

Lea Colliva, Malimi, olio su tela, 1960, Fondazione Bertocchi Colliva (AP 361 cartella)

 

Le lettere sono anche importante conferma di alcuni momenti salienti per la carriera dell’artista, testimoniando per esempio come il pensiero pittorico di Colliva si definì completamente nel 1966, in quello che lei stessa chiamerà “Movimento del ‘66”:

«Ho nell’anima un modello limpido, un “tutto essenziale” dove i travolgimenti che la forma subisce nella lotta con la materia sono decantati in un’atmosfera compatta e la forma risale con un movimento che tutto raccoglie e che tutto ha composto»[9].

«Penso che incontrerò pienamente la realtà che si adombrava fin dagli inizi di questo movimento (che chiamerò del ‘66 dal suo anno di slancio), perché esso, operante, vive di tutto quanto trova in me di natura e di storia»[10].

 

Lea Colliva, Capriccio della memoria – 1, olio su tela, 1966, Fondazione Bertocchi Colliva (AP 536)

 

Sempre dalle lettere capiamo il senso ultimo della sua pittura: il concetto di forma = presenza che chiarisce tutto il suo lavoro, i concetti di forma e tempo che vengono convogliati nella sua pittura, il plasmare una materia che per il fatto di avere una forma, acquisiva una dimensione spirituale e temporale.

«Lentamente, le opere si delineano attraverso il suo pensiero, che finalmente si sta rivelando: la forma è una dimensione spirituale. Mai come adesso ho sentito tanta reverente emozione per il tempo e il modo del suo avverarsi»[11].

 

La sua sperimentazione intorno a questi concetti continuerà con il susseguirsi degli anni, arrivando alle composizioni degli anni Settanta, in cui ancora di più la natura, con le sue forme, è segno di una realtà cosmologica ben più grande.

«Il grande rapimento, la volontà della forma: capisco perché mi costi tanto il lavoro – a cuore sospeso. Capisco che la parola forma bisogna leggerla con il suo segreto: E’.»[12]

 

Lea Colliva, Anelito, 1970, olio e tempera su tela, 65×49,5 cm, Fondazione Bertocchi Colliva (AP 490)

 

Elena Gottarelli, a proposito delle ultime opere degli anni Settanta, ricorda che: «Erano opere di crudele bellezza che parlavano apertamente di morte: fra le forme incalzanti suggerite da quella splendida materia in mutamento, comparvero smaterializzate le parvenze rarefatte delle ossa e dei muscoli di cui l’artista nella sua lunga docenza aveva penetrato ogni segreto; ma apparvero soprattutto in tali opere quei lampi di verità, quei frammenti di conoscenza che accompagnarono l’ultimo decennio di vita della Colliva»[13]. Lea si rinchiudeva sempre più nel suo studio a dipingere, lontano da sguardi estranei:

«… Pare impossibile: tutto quello che vale in una vita, documento intimo o contenuto di una idea, sente il bisogno di un segreto che lo protegga…»[14].

Come per altri momenti importanti della sua vita, anche l’idea della morte che accompagna Lea negli ultimi anni compare anche nelle lettere, come una sorta di presagio:

«Io non ci penso mai, non penso mai a quanto tempo mi rimarrà per lavorare. Però qualcun altro lo ha già disposto per me. Me ne accorgo da certi segni, per esempio, […] consiste ad apparire qualcosa che in senso strettamente critico risponde a un estremo ultimo coerente, svolgersi di una vocazione spirituale»[15].

Nonostante nelle sue opere tarde si riesca ad intravedere l’inquietudine della fine, anche Elena Gottarelli commenta come probabilmente in Colliva ci fosse una consapevolezza, una percezione della morte come una rivelazione con connotazioni non del tutto negative.

«[…] e quando le avevamo fatto notare come le sue ultime opere ci apparissero cariche di minacciosi presentimenti, aveva replicato candidamente che non c’era in esse nulla di veramente sinistro poiché la morte era in realtà una forma di vita; era anzi una vita affascinante che le si rivelava a tratti come per brevi squarci di verità subito cancellati dall’intervento della ragione»[16].

Elena Gottarelli

 

Lea Colliva, Il pitone, olio su tela, 1974, Fondazione Bertocchi Colliva (AP 538)

 

Note

[1] Elena Gottarelli, In memoria di Lea Colliva, in Strenna Storica Bolognese, 1976, p. 130.

[2] B. Buscaroli, F. Sinigaglia [a cura di], Ineffabile Lea: Lea Colliva (1901–1975) a 50 anni dalla morte, catalogo della mostra, Museo Ottocento Bologna, Bologna, 2025, p. 34.

[3] Ivi, p. 69.

[4] Ivi, p. 113.

[5] Ibidem.

[6] E. Gottarelli, 1976, p. 130.

[7] Ivi, p. 134.

[8] B. Buscaroli, F. Sinigaglia, 2025, p. 212.

[9] Ibidem.

[10] Ivi, p. 211.

[11] Ivi, p. 212.

[12] B. Buscaroli, F. Sinigaglia, 2025, p. 270.

[13] E. Gottarelli, 1976, p. 148.

[14] E. Gottarelli, 1976, p. 149.

[15] B. Buscaroli, F. Sinigaglia, 2025, p. 270.

[16] E. Gottarelli, 1976, pp. 129-130.

 

Bibliografia

Beatrice Buscaroli, Francesca Sinigaglia [a cura di], Ineffabile Lea: Lea Colliva (1901–1975) a 50 anni dalla morte, catalogo della mostra, M8 Museo Ottocento, Bologna, 2025.

Elena Gottarelli, In memoria di Lea Colliva, in “Strenna Storica Bolognese”, 1976, pp. 127-152.

Alice Magrini