Tra arte e parola: Lea Colliva e l'esperienza della rivista «L'Orto»
Nella vivace Bologna degli anni Trenta, L’Orto rappresentò una realtà culturale unica e profondamente diversa rispetto ad altre pubblicazioni del tempo. Fondata nel 1931

da Giorgio (1907-1975) e Otello Vecchietti (1902-1982), Nino Corrado Corazza (1897-1975), Gianni Poggeschi (1905-1972), insieme ad altri giovani artisti e letterati, la rivista cercava di creare un luogo accolto e libero, un angolo dove idee e opinioni potessero prosperare senza seguire le mode o subire imposizioni dall’esterno. Il titolo, scelto di proposito per la sua semplicità, evocava un ambiente intimo e ben curato dove nuove idee potevano germogliare con gradualità e naturalezza.
Questa scelta rifletteva un modo di intendere la cultura come qualcosa di quotidiano e autentico, più vicino alla dimensione privata che a quella della propaganda ufficiale. Anche in un’Italia segnata dal fascismo, la rivista rifiutava lo stile retorico e pomposo, mantenendo un tono sobrio e valorizzando la semplicità e la vita rurale come simbolo di autenticità. Questo atteggiamento le consentì di attrarre collaboratori diversi: tra cui scrittori noti come Umberto Saba (1883-1957) e Mario Luzi (1914-2005), ma anche giovani artisti, critici e intellettuali bolognesi, che vedevano nell’Orto un luogo di libero scambio di idee.

La rivista era costruita in modo essenziale: testi brevi, impaginazione semplice, molte immagini e contributi grafici. Nei primi anni veniva realizzata a Bologna e conteneva incisioni, disegni e opere visive accanto ai testi letterari. Col tempo cambiò più volte sede e formato, ma conservò sempre questa impostazione aperta, in cui immagine e parola convivevano e si sostenevano a vicenda.
In questo ambiente culturale così ricco e collaborativo si inserisce la figura di Lea Colliva (1901-1975), una delle artiste bolognesi più originali del Novecento. Nata nel 1901, si formò da autodidatta, studiando per conto proprio e frequentando lo studio del pittore Flavio Bertelli. La sua pittura univa un forte senso strutturale, vicino a Cézanne (1839-1906), a una sensibilità emotiva intensa, che la critica ha poi definito una delle espressioni più sincere dell’espressionismo bolognese.
Il suo rapporto con L’Orto fu immediato e profondo: Lea Colliva frequentava lo stesso gruppo da cui nacque la rivista, composto proprio da Giorgio e Otello Vecchietti, Corazza, Poggeschi, e prese parte fin dall’inizio alle attività del circolo. Non era una semplice collaboratrice esterna, ma una presenza costante nelle discussioni artistiche, nei confronti critici e nella definizione del carattere estetico del periodico. Il fatto che fosse una donna in un ambiente per lo più maschile rende ancora più significativo il ruolo che ebbe: non fu mai marginalizzata, anzi venne riconosciuta per la sua forza espressiva e per la capacità di dare un contributo originale alla sensibilità visiva dell’Orto. Fu proprio lei, oltretutto a ideare il titolo L’Orto, contribuendo in modo diretto anche all’identità concettuale del progetto.
Le sue opere (ritratti, autoritratti e paesaggi dell’Appennino bolognese) comparvero sulle pagine della rivista e contribuirono a definirne l’identità. Il suo stile, caratterizzato da una linea energica e da una forte introspezione, rispecchiava perfettamente l’idea di “orto” come spazio di cura, di raccolta interiore e di autenticità emotiva. I critici dell’epoca descrivevano Colliva come una persona attraversata da una creatività intensa e difficile da contenere, un “sacro fuoco” che si rifletteva nelle sue opere e che influenzò anche gli altri membri del gruppo.
Il confronto costante con artisti e critici, in particolare con Nino Bertocchi (1900-1956), figura importante del gruppo e suo cognato, aiutò la pittrice a sviluppavano nuovi aspetti della sua ricerca. La rivista non fu per lei solo un luogo di pubblicazione, ma un ambiente che favorì la crescita e il confronto, contribuendo alla maturazione della sua poetica. Questo legame è stato confermato anche da studi e mostre recenti, come la grande retrospettiva del Museo Ottocento Bologna (mostra Ineffabile Lea – Lea Colliva 1901-1975), che hanno messo in luce quanto gli anni dell’Orto siano stati decisivi nella fase più creativa della sua carriera.
L’esperienza dell’Orto e la presenza di Lea Colliva mostrano come una “piccola” rivista possa avere un impatto culturale significativo. La rivista offrì all’artista uno spazio libero in cui sperimentare e confrontarsi, mentre Colliva contribuì a dare al periodico una parte importante della sua identità visiva ed emotiva. Insieme restituirono alla Bologna degli anni Trenta un’immagine più complessa e vitale senza rigidità: ma un luogo dove era ancora possibile coltivare idee nuove, con la pazienza e la cura con cui si lavorava un orto.


Bibliografia
– Beatrice Buscaroli, Francesca Sinigaglia [a cura di], Ineffabile Lea: Lea Colliva (1901–1975) a 50 anni dalla morte, catalogo della mostra, M8 Museo Ottocento, Bologna, 2025.
– Benedetta Basevi, Mirko Nottoli, Daniela Schiavina [a cura di], “L’orto” Rivista di lettere e arte, un’avventura culturale nella Bologna degli anni Trenta; Quaderni della Biblioteca San Giorgio in Poggiale, n.5; Bologna, 2019
Sitografia
– Biblioteca Salaborsa – Bologna Online, materiali e approfondimenti sulla rivista L’Orto.
– Storia e Memoria di Bologna, scheda su Lea Colliva (biografia e attività artistica)/scheda storica sulla rivista L’Orto
Alice Matteuzzi
Laureanda triennale in Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali presso l’Università di Bologna, con una forte passione per l’arte. Interessata in particolare agli aspetti organizzativi e gestionali del mondo museal