La poesia di Flavio Bertelli oltre la sua depressione
Nelle ore di lavoro ispirato, Bertelli ha detto qualche parola di poesia vera.
Nino Bertocchi, critico e pittore bolognese.
Flavio Bertelli nasce il 15 agosto 1865 a San Lazzaro di Savena ed è figlio del famoso pittore Luigi Bertelli (1832-1916).
Cresce in una famiglia colta e vicina agli ambienti intellettuali bolognesi e sin da giovane mostra un forte talento artistico.
Nel 1891, spinto dalla drammatica situazione economica in cui si trovava la sua famiglia, si trasferì in una stanza di Palazzo Bentivoglio in cui il conte Ercole Bentivoglio affittava i vari locali a chi ne avesse bisogno. Così Palazzo Bentivoglio si era man mano popolato di artisti, intellettuali, letterati che avevano trasferito i loro studi nelle stanze del palazzo.
All’epoca il ventiseienne Bertelli si era già potuto formare al Collegio dei Barnabiti di Firenze, ottenendo la possibilità di frequentare anche lo studio di Telemaco Signorini (1835-1901).
Tornato poi a Bologna, aveva potuto continuare gli studi presso l’Accademia ma aveva deciso di interromperli e aveva partecipato a due importanti mostre: la IV Esposizione Internazionale di Venezia del 1901 e la Prima Esposizione Internazionale d’Arte del “Bianco e Nero” di Bologna del 1902.
Ma a questo punto la cattiva gestione degli affari del padre diventa sempre più mostruosamente protagonista della loro vita finanziaria, con conseguente vendita della fornace di famiglia e collasso finanziario dei Bertelli. Mentre la famiglia è costretta a trasferirsi in via Pietralata, Flavio invece va a Palazzo Bentivoglio, che costituirà uno degli ultimi periodi relativamente sereni della sua vita.
Qui si ritrova in un clima artistico vivissimo e giovane, con ore intere dedicate a musiche, canti, balli e conversazioni stimolanti seguite da altrettante ore passate in solitudine ciascuno nel proprio studio a creare.
Flavio infatti non era solo un formidabile pittore ma anche un pianista provetto che amava intrattenere gli amici con esecuzioni appassionate.
La passione di Flavio per la musica è una componente indispensabile per la comprensione della sua pittura che consiste proprio in un’armonia mai caotica di colori, luci e suoni.
Le testimonianze di chi lo ha conosciuto e gli è stato amico lo descrivono come un’abile pianista ma anche una persona estremamente educata, colta, riservata, “dai modi estremamente garbati e di straordinaria bontà”. [1]
Dopo gli studi a Bologna e a Firenze negli anni Novanta dell’Ottocento si avvicinerà al Divisionismo, che consisteva nello scomporre il colore in piccoli tocchi separati invece di mescolarli sulla tavolozza, ottenendo così effetti luminosi molto raffinati. Era però una tecnica lentissima e faticosa: per un singolo quadro un pittore poteva impiegare mesi o anche anni prima di riuscire a concluderlo.
Per fare un esempio: se si voleva creare un colore verde non si mescolavano un blu e un giallo insieme, bensì il pittore metteva sulla tela piccoli tocchi blu accanto a tocchi gialli. In questo modo da lontano l’occhio percepiva un verde più vivido e brillante. L’idea rivoluzionaria alla base era questa: é l’occhio dello spettatore a mescolare i colori, non il pittore.
Il Divisionismo si ispirava agli studi sull’ottica e sulla percezione del colore, era un mix di arte e scienza.
Se oggi conosciamo il Divisionismo lo dobbiamo soprattutto a Vittore Grubicy de Dragon (1851 – 1920). Mercante d’arte, critico, organizzatore di mostre, grande viaggiatore, Grubicy seppe portare in Italia le basi scientifiche e le tendenze più innovative europee. Per Grubicy il Divisionismo non era semplicemente una tecnica, era quasi una filosofia dell’arte. Per lui la luce era il mezzo migliore per esprimere le emozioni interiori e andare oltre la semplice rappresentazione della realtà.
E anche se il Divisionismo ebbe vita breve, in realtà lasciò un’enorme eredità. Influenzò infatti la nascita del Futurismo. I futuristi partirono proprio dagli studi divisionisti sulla luce e sul colore, per poi applicarli al movimento e alla velocità.
In questo senso, il Divisionismo rappresenta un ponte tra la pittura dell’Ottocento e le grandi avanguardie del Novecento e senza Grubicy è molto probabile che il Divisionismo sarebbe rimasto una serie di esperienze isolate. Con lui, invece, riesce a divenire uno dei movimenti più originali dell’arte italiana tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Per quanto riguarda Flavio Bertelli, il suo contributo è unico: prese la tecnica divisionista e la trasformò in uno strumento di poesia paesaggistica. Nei suoi dipinti la luce non è solo un fenomeno fisico: è il mezzo attraverso cui riesce a comunicare silenzio, atmosfera ed emozione. Bertelli usava la scomposizione del colore per rendere su tela la luce della pianura emiliana, le nebbie, i tramonti, i paesaggi silenziosi.

Ma nel 1918 tutto inizia a crollare. All’epoca Flavio Bertelli aveva circa cinquantatre anni ed è allora che ha la sua prima crisi depressiva o, come la definirà Lipparini “crisi spirituale” che arrivò proprio dopo il completamento di uno dei suoi capolavori, Oltre il Pincio (1915), opera alla quale aveva lavorato per anni. Forse anche lo stile divisionista, con la sua tecnica minuziosa e logorante, può esser stata una delle sue cause e, anche se non lo sappiamo con certezza, il fatto che da allora Flavio abbandona la pittura divisionista per tornare a dedicarsi alla pittura di impianto naturalista, avvicinandosi in alcune opere allo stile paterno, ci lascia intendere che almeno in parte abbia contribuito al suo crollo emotivo.
Nel decennio che segue la sua prima crisi, Flavio passa dalle rarefatte opere divisioniste a macchie di colore più dense e spesse di matrice postmacchiaiola.
In una costante fuga dalla tragica realtà personale e sociale, Bertelli si rifugia nei suoi paesaggi naturalistici concentrandosi su una pittura piacevole e rasserenante, piuttosto che raccontare le difficoltà e i dolori della vita.
Bertelli entra nel paesaggio ed è in grado di far entrare anche noi grazie alle sue pennellate in grado di farci quasi sentire i raggi del sole sulla pelle, lo scroscio dell’acqua, il vento tra gli alberi, il canto degli uccellini. Oltre che fuga, i paesaggi di Flavio sono anche in realtà inni alla natura e, di conseguenza, alla vita. Vita che gli ha dato poco e non è stata spesso giusta con lui, ma che, come ogni animo profondo e sensibile, lui comunque ama e a cui si aggrappa.

Le sue condizioni fisiche altalenanti, la sua estremamente precaria situazione economica che lo costringe a vivere in “un granaio sgangheratissimo da cui si accedeva da una scaletta di legno buia e polverosa” [2] e il dolore per un matrimonio mancato portano l’artista ad una seconda e ancora più grave crisi depressiva nel 1929.
Bertelli fu così ricoverato in una clinica privata, Villa Baruzziana, segno che le sue condizioni vennero considerate gravi anche dai medici dell’epoca.
Tuttavia, presto Flavio è costretto a lasciare la clinica prima del previsto perché impossibilitato a sostenere economicamente il ricovero. Il benessere mentale, il riposo, la guarigione dai mali dell’anima avevano (e hanno tutt’ora) un costo e solo una cerchia ristretta di persone potevano permetterseli, e Bertelli di quella cerchia non ne faceva parte.
Inizia per lui un periodo ancora più buio: per tre lunghi anni, infatti, abbandonerà la pittura, che recupererà grazie all’incitamento dell’amico Antonino Sartini.
Nel 1933 si trasferisce a Bellaria in un’umile dimora con sua sorella che aveva perso il lavoro con l’avvento del cinema sonoro e riversava anche lei in pessime condizioni economiche. Bertelli si ritrova così ad elemosinare per riuscire a sostentare sé stesso e la vecchia sorella.
Può però continuare a dipingere, grazie all’aiuto dei suoi amici che gli regalano tele e pennelli e si occupano della vendita dei suoi quadri in città. Alcuni lo aiutavano sinceramente, mentre altri approfittavano del suo disperato bisogno di soldi portandogli in dono pennelli, colori e altro materiale per poi comprare i suoi quadri ad un prezzo estremamente basso così da lasciargli un ristretto margine di guadagno.
Bertelli però continua a dedicarsi alla pittura dei suoi paesaggi come un naufrago si aggrappa con tutte le forze alla sua zattera.
Percorre le vie di Bellaria e i sentieri montani e con le sue pennellate immortala le stagioni che si susseguono e si rispecchiano in prati fioriti, squarci marini, vedute sul Rubicone.

Il 29 dicembre del 1941, all’età di settantasei anni, Flavio Bertelli si spegne per una neoplasia gastrica all’ospedale di Rimini.
Viene sepolto al Cimitero monumentale della Certosa di Bologna, tuttavia da quanto riportato nel catalogo della mostra retrospettiva scopriamo che anche la sua sepoltura è stata sfortunata: “Il Circolo Artistico di Bologna, nel decennale dalla morte dell’artista stanzia una somma per trasportare le spoglie di Flavio Bertelli a Bologna. Ma arriva tardi: le ossa di Flavio sono ormai confuse con quelle di altra povera gente in una fossa comune al Cimitero di Rimini”. [3]
Nel 1952 lo stesso Circolo infatti scriverà: “Si intendeva ricuperare i resti del corpo, sepolto in un campo comune del cimitero di Rimini, prima che fossero confusi con altri nell’ossario, e dare a essi perpetua distinzione nella nostra Certosa…L’intervento del Circolo non è giunto a tempo a salvare le ossa dalla dispersione…”. [4]
La vita non è stata per nulla generosa con Flavio e gli ha sicuramente donato più dolore che gioia, ma nonostante ciò l’aspetto su cui vorrei soffermarmi nella fine di questo articolo è che i quadri di Flavio Bertelli sono quadri di una persona con uno sguardo vivo.
Flavio è stato sì un artista che ha sofferto di depressione, ma è stato anche un artista che riusciva a cogliere la bellezza che lo circondava e a imprimerla su tela.
I quadri di Flavio, a mio avviso, non sono solo un modo che ha trovato l’artista per fuggire dal suo dolore emotivo e dalle sofferenze della vita bensì testimonianze di quanto, nonostante tutto, fosse ancorato alla vita. Come tutte le menti più sensibili ha sofferto tanto e ha spesso camminato mano nella mano con il dolore ma l’altra faccia della medaglia è uno sguardo verso la vita pieno di dolcezza e amore. Flavio Bertelli è stato molto depresso, sì, ma mentre lo era dipingeva quadri con prati primaverili pieni di fiori e sentieri alla cui fine si scorge il mare.
Il suo volersi concentrare su paesaggi pieni di bellezza e in cui aleggia un profondo senso di serenità, piuttosto che sui mali della vita e della società, non rappresenta solo un bisogno di evasione dal proprio dolore ma è soprattutto un atto di forza incredibile.
Perché riuscire a continuare a vedere il bello e sapergli dare spazio, dargli importanza, è un atto rivoluzionario raro anche in chi non soffre di depressione.
Il Flavio di cui abbiamo parlato all’inizio (ottimo pianista, sempre gentile, colto, pieno di spirito artistico, un artista che sapeva mettere poesia in ciò che faceva, sia che fosse un quadro o un brano suonato al pianoforte) ha continuato ad esistere anche nei suoi periodi più sofferti.
Se con Flavio la vita non è stata per nulla generosa, lui è comunque riuscito a dimostrarle amore vedendone la bellezza.
E i suoi quadri ce lo testimoniano.
Un timido e gentile poeta [5]

Note:
[1] E. Gottarelli 1989.
[2] N. Bertocchi 1946.
[3] E. Gottarelli (a cura di), Flavio Bertelli (1865-1941), catalogo della mostra, Bottegantica, Bologna 1991.
[4] Italo Cinti e Circolo Artistico di Bologna, Catalogo della mostra retrospettiva di Flavio Bertelli nel decimo anniversario della morte (1952), Stampato da Arti grafiche, Bologna.
[5] E. Gottarelli 1989.
Bibliografia:
Guida al Museo, Museo Ottocento Bologna, Pandragon, 2023.
Flavio Bertelli: Armoniose visioni di natura (1865 – 1941), a cura di Stella Ingino, Grafiche dell’artiere , Bentivoglio, 2015.
Flavio Bertelli, a cura di Paolo Stivani, Franco Solmi, 1982.
E. Gottarelli (a cura di), Flavio Bertelli (1865-1941), catalogo della mostra, Bottegantica, Bologna 1991.
Italo Cinti e Circolo Artistico di Bologna, Catalogo della mostra retrospettiva di Flavio Bertelli nel decimo anniversario della morte (1952), Stampato da Arti grafiche, Bologna.
Caterina Pennacchietti
Studentessa di Antropologia, religioni e civiltà orientali presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Grande appassionata di arte in tutte le sue forme.