Il colore come strumento evocativo: dalla scomposizione divisionista alla sintesi espressiva dell’animo

“Il colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto sull’Anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’Anima è un pianoforte con molte corde. L’artista è la mano che con questo o quel tasto porta l’anima a vibrare.”  Wassily Kandinsky

 

Nella storia dell’arte il colore è sempre stato uno degli elementi fondamentali attraverso cui l’artista esprime visioni e sensazioni. Questo articolo fa un confronto tra due utilizzi diversi della cromia, in epoche diverse ma con un obiettivo comune: rappresentare lo spirito..

I due autori che verranno analizzati sono Lea Colliva (1901-1975), artista del Novecento che porterà un tipo di arte “nuova” a Bologna, e Vittore Grubicy De Dragon (1851-1920), pittore di fine Ottocento dentro il contesto del divisionismo italiano. Prima però di arrivare a un confronto vero e proprio bisogna prima spiegare i contesti dai quali provengono:

Vittore de Grubicy de Dragon è un mercante d’arte e grande intellettuale in Italia tra Ottocento e Novecento. Sviluppa la passione per la produzione artistica solo verso i suoi trent’anni e dipinge sempre isolato e nascosto dagli altri, da autodidatta. Inoltre è un sostenitore del divisionismo italiano, anche se utilizzerà la tecnica in chiave spirituale, non con un approccio meramente scientifico.

 

Vittore Grubicy de Dragon, Fiumelatte(o Lierna), 1889, olio su tela, cm 20,5 x 32, Roma, Galleria Berardi

 

Per Grubicy la scomposizione del colore doveva avere come obiettivo la “suggestione”, attraverso piccoli tocchi di materia, negli osservatori, che attraverso l’occhio sarebbero riusciti a trovare un’armonia cromatica e solenne. Infatti spesso dipingeva lo stesso paesaggio in diversi momenti della giornata (approccio che useranno poi gli impressionisti).

 

Vittore Grubicy de Dragon, Notte lunare o Chiaro di luna, 1894, olio su tela, cm 64,5×55,5, Milano, GAM

 

Vittore Grubicy de Dragon, Mattino o Mattino Gioioso, 1897, olio su tela, cm 75 x 56, Milano, GAM

 

Lea Colliva è un’artista bolognese attiva nel Novecento. La sua arte avrà un processo graduale, dove si può osservare un’evoluzione stilistica e tecnica. Inizia a praticare l’arte in altre forme, come per esempio la fotografia, per poi entrare nello studio di Flavio Bertelli assieme ad altri pittori bolognesi,, come Nino Bertocchi.

Lo stesso la influenza molto nel corso della sua produzione, in particolare nella scelta delle opere da esporre, perché ancora molto attaccato alla tradizione ottocentesca. Solo dopo la sua morte Lea si libera di questo freno e sviluppa la sua vera poetica, evidente anche nel suo cambio di uso del pigmento e della forma, che sintetizza nella formula “forma+presenza” resa da un uso cromatico nuovo, vibrante e dinamico.

 

Lea Colliva, Con le sue ali, olio su tela, 1970, cm 60 x 60, Fondazione Bertocchi Colliva, AP 537

 

Ma ora passiamo al confronto vero e proprio tra il colore di Lea e il colore di Grubicy: Vittore Grubicy de Dragon, nonostante la matrice simbolica e sintetica del colore, utilizza comunque nelle sue opere un approccio alla realtà abbastanza affidabile, i paesaggi sono familiari, ma grazie al colore scomposto sono in grado di suggestionare e fare in modo che i colori si uniscano direttamente nell’occhio di chi guarda.

 

Vittore Grubicy de Dragon, Quando gli uccelletti vanno a dormire, 1891-1903, olio su tela, cm 30,5 x 52,5, collezione privata(particolare)

 

Vittore Grubicy de Dragon, Quando gli uccelletti vanno a dormire, 1891-1903, olio su tela, cm 30,5 x 52,5, collezione privata (particolare)

 

Lea Colliva invece fa altro, lo usa per raccontare qualcosa di interiore, che viene dall’animo, come se lei, grazie a queste rappresentazioni cromatiche vivaci, riuscisse a raccontare ciò che sta dentro ognuno di noi, in modo tale che la forma reale potesse andare in secondo piano.

 

Lea Colliva, Fiori in vaso, olio e tempera su tela, 1970, cm 60 x 50, Fondazione Bertocchi Colliva, AP 497

 

Entrambi tuttavia hanno qualcosa in comune: la spiritualità.

Entrambi i pittori, anche se in periodi diversi, hanno avuto come obiettivo quello di trasmettere emozioni, entrambi grazie allo stesso strumento, uno con approccio alla realtà più fedele, ma con la volontà assoluta di suscitare suggestioni ed emozioni interiori, e l’altra abbandonando la realtà figurativa e esprimendo unicamente la matrice interiore ed emotiva più profonda e astratta, senza però entrare nell’astrattismo estremo.

 

 

Bibliografia

Beatrice Buscaroli, Francesca Sinigaglia [a cura di], Ineffabile Lea: Lea Colliva (1901–1975) a 50 anni dalla morte, catalogo della mostra, M8 Museo Ottocento, Bologna, 2025.

Rebora, Sergio, [a cura di], Vittore Grubicy de Dragon poeta del divisionismo 1851-1920, Silvana editoriale, Cinisello Balsamo, 2005.

 

Giada Crivellaro

Studentessa presso la facoltà Dams dell’Università di Bologna, appassionata di arte e interessata al contesto museale.