Giovanni Romagnoli: il mondo della memoria. Intimità, malinconia e ritiro (1926 – 1976)
Dopo il 1926, Romagnoli si distaccò definitivamente dall’influenza di Armando Spadini (1883-1925). Le figure cominciarono a essere decostruite e ricomposte attraverso la luce; la morbidezza lasciò il posto a contorni più netti, le pennellate si fecero più ruvide, i volumi si appiattirono e l’immagine si orientò verso una maggiore concisione. Nello stesso anno, in qualità di membro della giuria alla XXV Mostra Internazionale di pittura al Carnegie Institute di Pittsburgh, incontrò Pierre Bonnard (1867- 1947) – un incontro che confermò una profonda affinità intellettuale. Tuttavia, quando Bonnard lo invitò ripetutamente a trasferirsi a Parigi, Romagnoli rifiutò, citando, con la sua caratteristica reticenza, “per tante malinconiche ragioni”.

L’ammirazione che suscitò in America e la stima di artisti di fama internazionale non riuscirono tuttavia a tradursi in un pieno riconoscimento in patria. In nessun altro luogo ciò è più evidente che nella decorazione del Teatro Verdi, realizzata nel 1927 e distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Dal bozzetto e da una manciata di fotografie, si può ancora intuire l’ambizione dell’impresa: un dialogo misurato tra elementi della tradizione, i toni delicati del Rinascimento e i caldi motivi ornamentali del Settecento, intrecciati con soluzioni moderne in un disegno al tempo stesso sobrio e festoso. Se la decorazione del Teatro Verdi fosse sopravvissuta, oggi potrebbe occupare un posto più centrale nel dibattito sulla pittura murale italiana del periodo tra le due guerre. La sua memoria svanì, insieme al Teatro, sotto i bombardamenti.

Negli anni Trenta e Quaranta, Romagnoli lasciò che le sue tele rivelassero il suo io più autentico e malinconico. La vivida intensità cromatica delle sue opere giovanili si attenuò, lasciando spazio a un maggiore senso di intimità e interiorità. Figure eteree trascinano lo spettatore in una dimensione onirica fatta di atmosfere sfocate e contorni dissolti. Questo è il mondo della memoria, il mondo dell’artista che parla a bassa voce.

In un tempo in cui la pittura tende all’eccezionale, sconfina con l’astrazione ed ha troppo spesso carattere polemico, io vorrei che la mia avesse valore puramente lirico, emotivo. E a mio conforto ricordo l’ambizione di Spadini, che voleva piacere al poeta e al calzolaio, e la frase di Chardin: «Si dipinge coi colori, ma si fa dell’arte col sentimento». [1]
Il critico d’arte italiano Stefano Bottari (1907-1967), considerava questi due decenni i più felici e fecondi dell’intera produzione di Romagnoli – un giudizio che, col senno di poi, assume una certa intensità. Si nota una nuova tenerezza nella rappresentazione della bellezza femminile, che da questo momento in poi è quasi sempre incarnata da Zoraide Domenichini, musa ispiratrice e amante. Romagnoli la elevò a personificazione per eccellenza della femminilità, a tal punto che essa appare non solo nelle sue tele, ma anche sulle pareti del Palazzo Caprara Montpensier, sede della Prefettura di Bologna, dove, nell’affresco della Sala da pranzo con teatro, Zoraide diventa la stessa Bologna, circondata dalle Virtù Cardinali e dai simboli dell’Abbondanza e dalla Fama. 4 Romagnoli 1933 Nel corso di questi anni, Romagnoli continuò a essere rispettato, anche se raramente celebrato; quando arrivavano critiche, erano moderate piuttosto che feroci. Tuttavia, man mano che l’ombra della Seconda guerra mondiale si faceva più fitta, qualcosa nell’artista si chiuse in sé stesso. Cadde nel silenzio – non in senso figurato, ma letterale:
Non feci dipinti durante la guerra. Io dimenticai di esser pittore. Non riuscii a dipingere mentre il resto del mondo viveva l’agonia di un’altra terribile guerra. Non vorrei parlare della guerra. Mi piacerebbe dimenticarla. […]. La mia arte si basa sulla serenità di spirito, e l’agonia e la sofferenza delle persone mi distraggono bloccando ogni impulso creativo. [2]
Gli anni del dopoguerra segnarono un lento ritiro, sia personale che artistico. Le sue opere non suscitavano più grande interesse da parte della critica, e lui scivolò, silenziosamente, in una sorta di oblio. La malinconia che le tele precedenti avevano tenuto a bada – mascherata da colori vivaci e soggetti freschi e luminosi – ora affiorava apertamente in superficie. Il pessimismo e la solitudine permeano opere in cui la forma si dissolve in qualcosa di sempre meno terreno, sempre più vicino al sogno. Negli anni Cinquanta e Sessanta Romagnoli aveva iniziato ad allargare le sue figure, distribuendole sulla tela con pennellate ampie, reinterpretando le atmosfere post-impressioniste di Pierre Bonnard ed Édouard Vuillard (1868-1940) con una nuova leggerezza e una qualità quasi polverosa. Le immagini che ne risultano oscillano tra la presenza materiale e l’evanescenza – e in questa loro elusività, la sensualità di Romagnoli trova nuove direzioni, avvicinandosi a un’astrazione che l’artista stesso potrebbe non aver riconosciuto, o non aver voluto definire.


Se la mia opera d’artista meritasse una elencazione vorrei collocarla sotto il motto inciso in una vecchia meridiana: non segno se non le ore serene. Grazie per avermi letto, amici. Addio, dunque, ne è il tempo e la ragione del mio aver scritto. [3]
Note
[1] Romagnoli, 1933.
[2] Ingino, 2014, pp. 22 – 23.
[3] Ruggeri 1980, p. 106.
Bibliografia
Ingino, S. (2014). Giovanni Romagnoli: l’eterna giovinezza del colore: 1893-1976, Bologna: Grafiche dell’Artiere.
Romagnoli, G. (1933, gennaio), Sette pitture e una nota autobiografica, in Il Rubicone, Anno 2(1).
Ruggeri, G. (1980), Una bella estate tra memorie e affetti: Giovanni Romagnoli (1893-1976), Bologna, Edizioni Galleria Marescalchi.
Aurora Albano
Studentessa al terzo anno del corso di laurea in DAMS – Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Appassionata di storia dell’arte, nutre un interesse particolare per l’analisi dei linguaggi artistici e per la conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale.