“Ecce me!” - L’espressione di sé tramite la fotografia tra ‘800 e ‘900
“Life isn’t just about passing on your genes. We can leave behind much more than just DNA. Through speech, music, literature and movies. What we’ve seen, heard, felt… anger, joy and sorrow… these are the things I will pass on. That’s what I live for.”
All’interno della mostra Ineffabile Lea Colliva (1901-1975) a 50 anni dalla morte tenutasi presso il Museo Ottocento Bologna è possibile vedere, proprio appena iniziata la visita, una particolare testimonianza artistica della pittrice bolognese. Fra i numerosi quadri esposti, in una teca sono conservate alcune fotografie: due fogli da 6 foto ciascuno in formato 1:1 e una foto in formato più grande, quasi tutte accompagnate da una breve ed immediata didascalia scritta a mano, che ritraggono momenti di vita quotidiana della giovane pittrice.
Nata a Bologna nel 1901, in un ambiente piccolo borghese, Lea si appassiona alla lettura fin da piccola e all’età di quattordici anni, convinta di dover diventare scrittrice, scrive un romanzo, che addirittura illustra. L’interesse per la narrativa unito a quello innato verso l’arte visuale darà vita nel 1918 alle succitate immagini, nelle quali ancora adolescente si diverte a farsi fotografare nei panni di antichi personaggi della letteratura o del sacro, ma anche impegnata in azioni militari o in cortesie private tipiche della borghesia.



Scatti privati di Lea Colliva nel 1918, Foto Archivio Bertocchi-Colliva, Monzuno.
Ma a chi e a cosa si deve l’invenzione e la diffusione di un mezzo così attuale come la fotografia accessibile a tutti, amatoriale e di piccolo formato?
Facendo un salto indietro nel tempo, nel 1854 l’ottico Louis Dodero inventò un nuovo formato fotografico, la photo carte de visite, successivamente brevettata e portata al successo da André Adolphe Eugène Disdéri che ne intuì il potenziale commerciale. Grazie ad una modifica sul numero di obbiettivi del classico apparecchio fotografico, si potevano realizzare a basso costo fino a otto foto di piccolo formato sulla stessa lastra di vetro, che successivamente veniva incollata su cartoncini di dimensioni tascabili; sotto o sul retro della foto era impresso il nome del fotografo, la località ed eventuali dediche. I soggetti fotografati erano i più disparati possibili: foto di situazioni reali, scene di genere e soggetti in contesti inventati orchestrati ad arte, freaks, sportivi, ballerine…
In poco tempo i frequentatori degli atelier dei fotografi iniziarono a comprare e collezionare album di persone sconosciute, che raccoglievano in essi un racconto personale tramite le foto delle proprie passioni. Gli album introdussero la possibilità di sfogliare le foto: per la prima volta fu possibile toccare con mano un’immagine senza cornice, senza l’auraticità di un quadro.
Il successo di questa nuova modalità di ritrarsi è da ricercare in vari fattori, a partire dalla motivazione più tecnica possibile (la foto diventa automatica e più semplice da produrre con poco intervento umano), fino a giungere a ragioni più umane: percependo di essere sole davanti ad una macchina, le persone abbassando le proprie barriere inconsce, assumevano atteggiamenti che mai avrebbero tenuto davanti ad una persona reale, dando vita ad una vera e propria esperienza estetica: nascondersi o disidentificarsi di fronte ad un obbiettivo, per poi possedere concretamente il risultato materiale della propria fantasia.

Tra Ottocento e Novecento la pratica del fotografico trovò una peculiare affinità con le donne artiste. Il tentativo di distinguersi, operato da alcune donne con ambizioni artistiche, trovò espressione in un mezzo che proprio in quegli anni tentava di farsi strada, cercando legittimazione artistica.
Innanzitutto c’era la dimensione di alternatività che in egual modo dimostrarono verso due monoliti precostituiti: per la fotografia fu la supremazia di artisticità riconosciuta alla pittura, per le donne si trattava del potere culturale maschile; entrambi universi ostacolati e tenuti ai margini del panorama artistico ottocentesco, si allearono in una sorta di simbiosi concettuale. La fotografia servì come occasione di espressione di quel soffocato esibizionismo narcisista, di voyeurismo, della propria ambiguità sessuale, di ricerca e testimonianza identitaria e ideologica.
A questo modo, in un periodo in cui si avviava il lento percorso di accettazione e di recupero del corporeo nella sfera culturale occidentale, le donne artiste, anche se tra svariate difficoltà, in maniera analoga se ne facevano pionieristicamente interpreti, avendo esse stesse subito lo stesso processo di “rimozione” dalle attività intellettuali e artistiche.
“scoperta di sé, del proprio corpo e del proprio immaginario, e scoperta del linguaggio della fotografia coincidono: in questo senso la fotografia si fa, tipicamente, strumento di indagine esistenziale” (1).
Citando soltanto tre delle prime numerose donne artiste che fecero della fotografia un’espressione della loro identità possiamo ricordare:
Julia Margaret Cameron (1815-1879), con i suoi lavori caratterizzati da scene drammatiche religiose e di eroi, piccole pièces teatrali secondo la moda di fine Ottocento inscenate da amici e conoscenti sotto la sua direzione;


Alice Austen (1866-1952), un eclatante certificato della propria diversità, nei suoi lavori la fotografia diviene un’eterna presenza in grado di attestare la propria vita attimo per attimo;


Anne Brigman (1869- 1950), che realizza una serie di immagini immerse nella natura in cui come in un visionario idillio ha luogo l’esaltazione simbiotica tra i corpi femminili, dichiarazione di energia e libertà, e mondo naturale.



Dopo il 1927, anno in cui A. M. Josepho brevettò la cabina per fototessere (photomaton), occorre arrivare al 1972 per assistere ad un vero ed esplicito utilizzo del formato della fototessera in ambito artistico pubblico quando, seppur con differenti motivazioni, Franco Vaccari realizza presso la trentaseiesima Biennale di Venezia “L’Esposizione in tempo reale n. 4: Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio”.
La sala inizialmente si presentava spoglia, c’era soltanto una cabina Photomatic ed una scritta a parete tradotta in quattro lingue (italiano, tedesco, inglese e francese) che recitava: “Lasciate una traccia fotografica del vostro passaggio”: i visitatori venivano quindi invitati a scattarsi una fototessera e ad affiggerla sul muro.
Si tratta di un’opera che prende forma in tempo reale con la possibilità di intervenire sul processo, cambiando lo sviluppo dell’azione prima che essa sia conclusa, annullando parzialmente la differenza tra artista e pubblico.
Tornando alle fotografie di Lea Colliva del 1919, oltre ad avere il carattere “artefatto” caratteristico delle cartes de visite, esse sono accompagnate da didascalie ironiche o provocatorie che creano un percorso narrativo legato all’immagine stessa: in alcune accoglie gli ospiti con aria gentile “Venga! Si accomodi bene!”, in altre, con toni audaci dichiara apertamente “Io me n’impippo! .. Il mondo è di chi se lo piglia!”, in altre addirittura afferma se stessa come “Ecce me!”. Grazie a queste testimonianze riusciamo a coglierne lo spirito libero espresso fin da giovane, pronta ad accogliere le nuove sperimentazioni artistiche nella sua vita per riuscire ad esprimere se stessa.
In egual maniera, ognuno di noi nel nostro piccolo, esprime se stesso ogni giorno tramite foto, frasi, gusti musicali, vestiario, rendendoci simili e intimamente vicini alla poliedrica ed ineffabile personalità di Lea Colliva che abbiamo avuto il piacere di avere in mostra.
Note
(1) R. VALTORTA, Il contributo delle donne alla fotografia in Italia, in N. LEONARDI – R. SPITALERI, L’altra metà dello sguardo, Agorà, Torino 2001, p. 15
Bibliografia
- MUZZARELLI, Il corpo e l’azione. Donne e fotografia tra 800 e 900, 2007
- SINIGAGLIA, B. BUSCAROLI (a cura di), Ineffabile Lea Colliva (1901-1975) a 50 anni dalla morte, catalogo della mostra (Bologna, Museo Ottocento Bologna, 31 ottobre 2025 – 16 marzo 2026), Bologna, 2025
- VALTORTA, Il contributo delle donne alla fotografia in Italia, in N. LEONARDI – R. SPITALERI, L’altra metà dello sguardo, Agorà, Torino 2001.
Simona Maia
Laureata in Storia dell’Arte Moderna presso il corso di Laurea Triennale in DAMS – Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo. Attualmente, laureanda magistrale presso la facoltà di Arti Visive dell’Università di Bologna.