Allo scadere del XIX secolo, Bologna diviene teatro di un programma di rinnovamento urbano senza precedenti. I cantieri di restauro si moltiplicano in città: più rilevante tra tutti, quello legato al rifacimento della basilica di San Francesco, intervento che non poteva essere rimandato oltre. Protagonista indiscusso di questa moderna renovatio urbis è Alfonso Rubbiani (1848-1913), il quale si era avvicinato all’architettura sui ponteggi allestiti per la ristrutturazione della facciata di San Martino Maggiore. A suscitare in lui grande interesse è, in particolare, il ‘restauro in stile’, diffuso Oltralpe grazie al lavoro del celebre Eugène Emmanuel Viollet-le-Duc (1814-1879), sulla cui opera Rubbiani medita a lungo (Giansante 2017).
Si riunisce, dunque, intorno a Rubbiani, un nutrito gruppo di artisti, di cui fa parte Augusto Sezanne (1856-1935), nato a Firenze, ma formatosi a Bologna. Negli anni Ottanta, i due collaborano per la prima volta, al Castello di San Martino in Soverzano, in località Minerbio.
I proprietari del fortilizio, i conti Felice e Francesco Cavazza, per il restauro del complesso si erano rivolti proprio a Rubbiani, il quale, di concerto con Corrado Ricci, aveva passato il testimone a Tito Azzolini, fornendogli le indicazioni necessarie a condurre i lavori (Ceccarelli 2016).
Augusto Sezanne è, con Achille Casanova (1861-1948), interpellato per le decorazioni pittoriche degli interni. La sua attività si concentra, in particolare, nella cappella privata del castello, consacrata alla Vergine (Sinigaglia 2022). Per questo piccolo ambiente, finge un recinto marmoreo, alto quasi fino al soffitto, dietro il quale fanno capolino i getti di un ordinatissimo roseto, a definire i profili delle unghie a sostegno della volta. Le lunette sottostanti, pure orlate di rose – fiore mariano per antonomasia -, custodiscono gli stemmi delle dinastie che nel Castello ebbero dimora, i Manzoli e i Cavazza.
Al centro del soffitto, sempre inserita entro la medesima bordatura di rose, un’elaborata cornice racchiude un giglio bianco e, inciso su un cartiglio, il motto ‘sic amata mea’. Il rimando al Cantico dei Cantici (2,2) è cristallino: recita il versetto: «Sicut lilium inter spinas, sic amica mea inter filias», in traduzione, «come un giglio fra le spine, così la mia amata tra le figlie [degli uomini]». Un nesso di facile intuizione, dunque, quello tra il giglio e le spine del roseto.

Anche la cornice della cinquecentesca pala che campeggia sull’altare, una Madonna con Bambino e Santi di mano di Ercole Procaccini il Vecchio (Mazza 2021), è frutto dell’invenzione di Sezanne, il quale replica, nel legno dorato, i riccioli della cornice dipinta sul soffitto (Sinigaglia 2022).
Vergato sulla carpenteria è il principio di una litania alla “Regina Sanctorum omnium”, che prosegue sulle pareti come un elenco di epiteti in latino rivolti sempre alla titolare della cappella.

La lunetta che sovrasta la porta d’accesso ospita, tra gli stemmi dei Manzoli, lo scudo araldico di Gabriele Paleotti (1522-1597), sormontato dal galero cardinalizio. La ragione di questa insegna è presto spiegata dall’iscrizione sottostante, nella quale l’illustre cardinale bolognese, protagonista della Controriforma, è ricordato in quanto avunculus, vale a dire zio, di Melchiorre Manzoli e dei fratelli. Subito sotto, una targa a commemorare il conte Felice Cavazza, aggiunta in seguito alla di lui scomparsa nel marzo 1908.
L’intento di Sezanne riesce dunque magistralmente: è perpetuato, ad eterna memoria, il ricordo dei protagonisti che fecero grande il Castello.


Nel medesimo giro d’anni in cui erano in corso i lavori a San Martino in Soverzano, il marchese Carlo Alberto Pizzardi aveva in animo di stabilirsi nella tenuta di Bentivoglio, a lui carissima. Erede di una facoltosa dinastia bolognese, dal 1878 Carlo Alberto era rimasto il solo ad amministrare il vasto patrimonio di famiglia. Nel 1817 i Pizzardi avevano acquistato alcuni beni a Ponte Poledrano, oggi Bentivoglio, piccolo centro sviluppatosi sin dal Medioevo lungo il corso del canale Navile. Rientrano nelle acquisizioni di quell’anno il castello bentivolesco, il mulino e la pila da riso, oltre che le terre circostanti. Il castello, la cosiddetta Domus Jocunditatis, antica rocca trasformata in delizia da Giovanni II Bentivoglio nel secondo Quattrocento, per via di un crollo aveva perso il corpo occidentale nel XVII secolo, e al tempo di Pizzardi un restauro si rendeva necessario e improrogabile (Monti 2006). Il marchese si rivolge quindi a Rubbiani, il quale si impegna a ricostruire l’ala ovest e la torre contigua. Contestualmente a questo cantiere, vale a dire nei primi anni Novanta dell’Ottocento, Carlo Alberto commissiona anche la realizzazione di una residenza per sé, dirimpetto al castello e adiacente al mulino, che pure viene completamente rimodernato. Per l’edificazione di questa dimora, il cosiddetto Palazzo Rosso, è convocato Augusto Sezanne, che ne cura sia il progetto architettonico, che la decorazione (Sinigaglia 2022). Sono anni in cui l’artista è impegnato a Venezia, dal 1892 è titolare della cattedra di decorazione all’Istituto di Belle Arti, ma, specialmente i mesi estivi, libero dalle incombenze accademiche, li trascorre “al Bentivoglio”, ospite del marchese. Responsabile designato, durante i periodi in cui gli impegni di Sezanne lo richiamano in laguna, è l’ing. Guido Lisi, che intrattiene, sia con Pizzardi, che con l’architetto un fitto scambio epistolare (Sinigaglia 2022).
Il Palazzo sarebbe stato eretto su un’isola, oggi non più esistente, creata dalla breve biforcazione del Navile in due bracci, destinati a ricongiungersi dopo poche centinaia di metri. Data la peculiare collocazione, Sezanne immagina la fabbrica come un’enorme imbarcazione adagiata sulle acque del canale e collegata alla terraferma attraverso un ponte in ferro battuto, in tutto simile ai pontili nautici. L’edificio, interamente in mattoni, materiale padano per eccellenza, è arricchito, sul prospetto meridionale, da una loggetta.

A movimentare le murature sono decori fittili, prodotti dalla manifattura Gallotti, sempre su disegno di Sezanne (Sinigaglia 2022). Queste terrecotte interessano, in particolare, la fascia subito sottotetto, vivacizzata da un fregio a foglie d’acanto, i capitelli dei pilastri della loggia e le cornici delle finestre. Simili motivi si ripetono anche negli interni, come nel corrimano dello scalone che porta al piano nobile. Lungo la scala Sezanne interviene anche a livello pittorico, dividendo la decorazione in due registri, separati da una cornice dipinta: quello inferiore, mima una carta da parati in pieno stile liberty con ninfee stilizzate su campo verde, quello superiore, invece, descrive il levarsi in volo, sopra i giaggioli acquatici, di uno stormo di germani, come spaventati dal passaggio dell’osservatore.

L’intero apparato decorativo dell’edificio vuole essere un manifesto dell’indissolubile legame che unisce il marchese Pizzardi con le valli del bentivogliese. Celebrazione ultima dei luoghi del cuore del committente è la cosiddetta “Sala dello Zodiaco”, ambiente conclusivo del piano nobile, affacciato sulla loggetta.
Sull’architrave della porta d’accesso alla Sala della Luna e Palude – così la chiama Sezanne in un bozzetto preparatorio -, sotto una vetrata a rulli, corre l’iscrizione C.A.P. F.F. MDCCCXCVII, a fornire preziosi riferimenti cronologici. L’intento dietro il progetto pittorico è di celebrare le campagne circostanti, suggerendo l’impressione di trovarsi immersi in un ambiente palustre. Ricorrendo a un magistrale liberty fin de siècle, Sezanne imposta la decorazione su quattro registri sovrapposti. Un semplice zoccolo dipinto costituisce l’ordine più basso, sul quale si impostano i tre superiori, figurativi. Subito sopra lo zoccolo, l’artista raffigura il fondale di uno specchio d’acqua: anguille, carpe, rospi e tartarughe nuotano tra le radici del canneto, la cui porzione aerea è descritta nell’ordine superiore, dove, sotto le anatre in volo, i giunchi si aprono come tende di un sipario vegetale, lasciando il palco alle ninfee fiorite sul pelo dell’acqua. Un motivo, quello delle ninfee, che Sezanne replicherà più volte nel corso della sua attività. Le ripropone, poco tempo dopo, nel manifesto della terza edizione dell’Esposizione d’Arte di Venezia, inaugurata nell’aprile del 1899.

Il quarto e ultimo registro, quello celeste, è riservato alle costellazioni, comprese quelle dello Zodiaco, che danno il nome alla sala. Sul soffitto trova spazio la rappresentazione delle fasi lunari, che, in circolo intorno al globo terrestre, sono restituite a rilievo e impreziosite dalla foglia d’argento. La Luna, replicata otto volte, assume i sembianti di un volto femminile dalla placida espressione, con gli occhi chiusi e i capelli ondulati. Al centro del cielo è la Terra, lambita per metà dai raggi del Sole, che nasce a Oriente e che, con cognizione, l’artista pone sul lato Est della sala. Dalla parte opposta, su un blu sempre più profondo si stagliano, splendide, le stelle. Ai quattro angoli del soffitto, concludono la decorazione dei mascheroni, sempre rilevati, figurazioni dei venti.

Come Pizzardi, anche Sezanne nutre per il territorio emiliano un amore sincero. Si definisce, nella scheda informativa della Biennale veneziana, “bolognese di elezione, perché a Bologna formò la sua educazione artistica”. Qui partecipa, da protagonista, alla vivacissima stagione sperimentata a cavallo tra i due secoli, e, nei periodi in cui le incombenze lavorative lo trascinano con la famiglia a Venezia, la città felsinea è sempre grandemente sospirata. Scrive Amelia, la moglie dell’artista, in una lettera spedita durante la permanenza in laguna: “Venezia è ora brutta, assai colla sua fitta nebbia colle piogge […] la nostra Bologna quante volte con Augusto la si desidera!”, dimostrazione di un patto di fedeltà con le terre emiliane a cui Sezanne non verrà mai meno. Il fascino della sua opera – di cui sopra si è tratteggiata una minima parte – risiede proprio in questo, nell’indissolubile legame che unisce l’artista all’amata Bologna.
Con Pizzardi e con Rubbiani Sezanne instaura un rapporto che travalica i limiti professionali, sconfinando in un’amicizia vera, al punto che il marchese lo cita tra gli eredi nel suo testamento. Anche grazie alla munificenza di lungimiranti committenti, primi tra tutti i Cavazza e il Pizzardi, Sezanne e Rubbiani seppero dare nuovo lustro alla città di Bologna e al suo contado: un lascito che non può andare dimenticato.
Il Museo Ottocento Bologna conserva alcuni capolavori di Augusto Sezanne. Degne di nota sono, in particolare, due tele risalenti al periodo veneziano dell’artista, Il faro della Laguna e La settimana della Passione. Appartengono a un ciclo di diciotto opere dedicate alla Basilica di San Marco ed esposte alla Biennale di Venezia del 1912, in occasione dell’inaugurazione del Campanile di San Marco, ricostruito dopo il disastroso crollo del 1902.


Maria Guandalini
Nel 2023 ha conseguito la Laurea Triennale in Storia e Tutela dei Beni Artistici e Musicali all’Università degli Studi di Padova. È attualmente studentessa del corso di Laurea Magistrale in Arti Visive all’Ateneo di Bologna.
Ringraziamenti
Un sentito ringraziamento al dott. Michelangelo Poletti per la grande disponibilità dimostrata nell’accogliermi al Castello di San Martino in Soverzano e al dott. Angelo Mazza per le preziose e illuminanti delucidazioni sulla collezione del Castello.
Un sincero ringraziamento va inoltre alla dott.ssa Francesca Sinigaglia per la costante disponibilità e il prezioso supporto offerto durante la stesura dell’articolo.
Bibliografia
Silvio Fronzoni, Felice Cavazza, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 23, 1979.
Alberto Monti, Fasi costruttive della rocca e della “domus” bentivolesca, in Il Castello di Bentivoglio: storie di terre, di svaghi, di pane tra Medioevo e Novecento, a cura di A. L. Trombetti Budriesi, Firenze, Edifir, 2006, pp. 165-166.
Francesco Ceccarelli, San Martino in Soverzano, da insediamento fortificato a villa rinascimentale, in «Opus Incertum», 2016, p. 110.
Massimo Giansante, Alfonso Rubbiani, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 89, 2017.
Elisa Prete, Augusto Sezanne, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 92, 2018.
Angelo Mazza, La collezione Michelangelo Poletti nel Castello di San Martino in Soverzano. Dipinti emiliani e di confine (secoli XV-XVIII), Bononia University Press, 2021, pp. 172-175.
Francesca Sinigaglia, La pittura di Augusto Sezanne (1856-1935), in Strenna storica bolognese, n. 72, Pàtron Editore, Bologna, 2022, pp. 61-84.
Francesca Sinigaglia, Il fascinoso liberty di Augusto Sezanne: la decorazione della Sala dello Zodiaco in Palazzo Rosso di Bentivoglio e altre commesse, in Su commissione di Carlo Alberto Pizzardi. Progetti, opere d’arte e arredi a Bologna e Bentivoglio, a cura di A. Buitoni e F. Sinigaglia, Pàtron Editore, Bologna, 2022, pp. 67-90.