ATTRAVERSO L'OBIETTIVO DI FABIO FABBI
Tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la fotografia iniziò progressivamente a trasformare il modo di osservare e rappresentare la realtà. Se per molti artisti il nuovo mezzo rimaneva ancora un semplice strumento tecnico o documentario, per Fabio Fabbi divenne invece parte integrante del processo creativo. Pittore, viaggiatore e attento osservatore del reale, Fabbi comprese molto presto le potenzialità della fotografia, utilizzandola non solo come supporto per la pittura, ma anche come archivio visivo, strumento di studio e spazio di sperimentazione artistica. Nel suo lavoro fotografia e pittura dialogano continuamente: l’immagine fotografica non serve soltanto a registrare ciò che l’artista vede, ma contribuisce a costruire atmosfere, scenografie e composizioni che entreranno poi nelle sue opere. Attraverso l’obiettivo della sua Kodak, Fabbi raccoglie frammenti di viaggio, mette in scena ambienti orientali, studia pose e figure, fino a trasformare la fotografia in un mezzo espressivo autonomo e sorprendentemente moderno per il suo tempo.
Un momento fondamentale di questo rapporto tra arte e fotografia coincide con il viaggio compiuto nel 1886 in Egitto, dove Fabbi raggiunge il fratello Alberto ad Alessandria. Durante il soggiorno l’artista porta con sé una macchina fotografica Kodak, annotata anche nei suoi taccuini personali, attraverso la quale realizza una serie di immagini oggi particolarmente significative per comprendere il suo metodo di lavoro. Gli scatti, eseguiti sia in studio sia all’aperto, testimoniano un interesse preciso per la costruzione della scena e per la possibilità di trasformare il dato reale in immagine artistica.
Le fotografie realizzate in questo periodo non si limitano, infatti, a documentare ambienti e personaggi incontrati durante il viaggio. Fabbi costruisce vere e proprie messe in scena: uomini vestiti “alla turca”, interni ricostruiti, donne dalla pelle chiarissima immerse in atmosfere sospese tra realtà e immaginazione. Ogni elemento appare disposto con attenzione quasi teatrale. L’artista utilizza la fotografia come uno spazio di sperimentazione visiva, dove l’osservazione del vero e costruzione artificiale convivono costantemente. È proprio in questa tensione tra documento e finzione che emerge la modernità del suo approccio. La stessa impostazione si riflette chiaramente anche nella sua produzione pittorica. Opere come Un terrazzo ad Alessandria, realizzata tra il 1886 e il 1888, mostrano una costruzione dell’immagine fortemente influenzata dal linguaggio fotografico: il taglio compositivo, l’inquadratura e la disposizione delle figure richiamano infatti la struttura di uno scatto.

Anche dipinti come Al mercato, sembrano voler fermare un istante preciso della realtà, quasi catturato attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. La pittura assume così una dimensione narrativa immediata, vicina alla capacità della fotografia di fissare il tempo. Particolarmente interessanti risultano anche le fotografie realizzate nello studio dell’artista sul Lungarno Serristori 9, a Firenze, spesso con la presenza della moglie Maria Giribon. Queste immagini costituiscono una sorta di autobiografia visiva, nella quale convivono dimensione privata e pratica artistica. Lo studio diventa il luogo in cui Fabbi mette in scena sé stesso, il proprio lavoro, gli oggetti raccolti durante i viaggi e quell’immaginario orientale che attraversa tutta la sua produzione. In tali fotografie emerge con forza il dualismo tra Oriente e Occidente che caratterizza la sua ricerca pittorica.
Di particolare fascino è anche l’autoscatto del 1944, in cui Fabbi si ritrae mentre dipinge all’interno del proprio studio. L’immagine assume quasi il valore di una dichiarazione poetica: la fotografia viene utilizzata per immortalare l’artista nel pieno dell’atto creativo, fissando per sempre la sua presenza nello spazio della pittura. Non si tratta soltanto di un documento personale, ma di una riflessione sul ruolo stesso dell’artista e sulla possibilità della fotografia di conservare il tempo.



La fotografia diventa inoltre per Fabbi uno strumento di sperimentazione formale. Alcuni scatti dedicati a figure femminili e studi di nudo mostrano un uso estremamente libero e innovativo del mezzo fotografico. In certe immagini il movimento genera sovrapposizioni e sdoppiamenti delle figure, effetti che rivelano non solo l’intento documentario, ma anche una ricerca artistica autonoma. Fabbi dimostra così di conoscere e sfruttare le possibilità tecniche della fotografia per creare immagini dinamiche, capaci di suggerire simultaneità e movimento. Si tratta di risultati particolarmente audaci per l’epoca, lontani dalla rigidità della fotografia accademica ottocentesca.

Durante i suoi numerosi viaggi in Europa e nel Mediterraneo orientale, Fabbi continua a utilizzare la fotografia come archivio personale di immagini, volti e ambientazioni. Le fotografie vengono spesso trasformate in disegni preparatori o riutilizzate come riferimento per dipinti successivi, come nel caso di Ebrei a Varsavia del 1900, dove il dato fotografico sembra costituire la struttura stessa della composizione.

L’utilizzo della fotografia assume anche una funzione pratica e organizzativa. Fabbi annota frequentemente sui supporti fotografici nomi di collezionisti e acquirenti delle opere, trasformando le fotografie in veri strumenti di catalogazione e memoria. Questo aspetto rivela non solo l’attenzione dell’artista alla documentazione del proprio lavoro, ma anche la consapevolezza della dimensione internazionale del proprio mercato e delle reti culturali nelle quali era inserito.
Agli albori della storia della fotografia, il mezzo era prevalentemente associato alla conservazione del reale e alla costruzione di archivi visivi. Fabio Fabbi parte da questa funzione documentaria, ma la supera profondamente. Per lui la fotografia non è mai semplice registrazione del mondo: è uno strumento creativo capace di generare immagini, suggerire composizioni e costruire atmosfere.
Il dialogo continuo tra fotografia e pittura rappresenta quindi uno degli aspetti più innovativi della sua produzione artistica. Attraverso l’obiettivo della Kodak, Fabbi osserva, seleziona, organizza e reinventa la realtà, anticipando modalità operative che diventeranno centrali nell’arte del Novecento. Il risultato è un linguaggio visivo complesso e personale, in cui documento, memoria e immaginazione convivono in equilibrio, restituendo una visione del mondo tanto costruita quanto profondamente moderna.
Anna Giulia Canuti
Laureata presso l’Università di Urbino in Lettere artistiche e filosofiche. Attualmente al secondo anno del corso di laurea in Arti Visive presso l’Università di Bologna.
Bibliografia
- Francesca Sinigaglia e Edoardo Battistini, Fabio Fabbi (1861-1945) Il viaggio dell’anima, Fondantico, Bologna 2021
- L’archiginnasio, Bollettino della Biblioteca Comunale di Bologna; CXVII – 2022
- Archivio Fabio Fabbi; https://archiviofabiofabbi.it/