Coriolano Vighi (1852 - 1905): il sentiero ribelle di un bolognese atipico
Recentemente, una nuova opera di Coriolano Vighi è entrata a far parte del patrimonio artistico del Museo Ottocento Bologna. Questo lavoro pittorico è stato acquisito a seguito di una combattuta asta presso la Casa Gregory’s, e ha permesso di arricchire ulteriormente la già nutrita collezione delle opere del pittore bolognese presente presso il museo. Si tratta del dipinto Mattino a Cattolica (Bonaccia), un elegante pastello su carta rappresentante un’alba sul mare, con i velieri che solcano verso l’orizzonte. L’opera trasmette la tranquillità che solo un paesaggio marino è in grado di consegnare all’osservatore, e Vighi tratteggia, con il pastello, un confine appena distinguibile tra il mare e il cielo.

I paesaggi, e le marine in particolare, rappresentano il contributo artistico più importante e celebrato dell’artista bolognese, contese in tutti i salotti dell’alta borghesia locale ma anche europea. Questo contributo ripercorre la vita, i successi ma anche la tragicità di Coriolano Vighi, evidenziandone il genio creativo e visionario; ma anche le contraddizioni e i limiti.
Il sentiero ribelle di un bolognese atipico
Il piccolo Coriolano vive l’adolescenza tra la povertà a Bologna, dopo che la famiglia segue il padre, malinconico incisore di pietre preziose partito da Firenze in cerca di fortuna. La madre trasmette al figlio la passione per l’arte, e questo permette al creativo ragazzo di procacciarsi da vivere grazie al suo senso artistico, svolgendo piccoli lavoretti come la decorazione di scatole di biscotti, dipingendo scenari per teatrini di burattini, cimentandosi nella creazione di burattini in creta e nel disegno di insigne per botteghe.
Sin da quegli anni, si contraddistingue per una forte autenticità. L’innato talento lo porta a entrare nell’Accademia delle Belle Arti dal 1866 al 1870, anno in cui vince il terzo posto nel concorso di paesaggio. Ma le rigidità dell’Accademia non si sposano bene con il suo animo indomito e insofferente nei confronti dell’autorità. Vighi si scontra infatti frequentemente con i suoi maestri, che pur riconoscendone il talento, non ne apprezzano la mancanza di disciplina e di apprezzamento per le tecniche più tradizionali. Fu studente di Puccinelli, con cui litigherà immediatamente, mentre ha più fortuna nel suo rapporto con Francesco Bartolotti, grazie a cui svilupperà la sua passione per la realizzazione di paesaggi. Tuttavia, pur palesando affinità artistiche, soprattutto tecniche, con la pittura di un altro importante paesaggista, Giacomo Savini (1768 – 1842), le opere giovanili del Vighi già dimostrano come l’artista, più che alla tradizione paesistica locale, fosse volto ad un tardo romanticismo di ascendenza germanica. Il che peraltro, non deve stupire poiché, quale allievo dell’Accademia di Belle Arti, egli dovette certamente avere conoscenza dei bozzetti di Francesco Cocchi (1788 – 1865) che, quando aveva visitato il nord di Europa era rimasto affascinato dalla pittura di Caspar Friedrich.
Conclusa l’Accademia, Vighi inizia a dipingere, ma del suo lavoro tra gli anni settanta e ottanta sappiamo ben poco. È un inizio di carriera complesso, in cui alterna la realizzazione di dipinti di paesaggi e vedute a numerose serate passate in osteria, tra eccessi e pericoli della vita di strada. Vighi infatti non amava la nobiltà e l’alta borghesia, preferendo la compagnia (e il divertimento) delle persone più umili, ma più vicine al suo modo di essere. Non riscuote subito l’apprezzamento della critica artistica bolognese, anche e soprattutto per la sua tendenza a viaggiare molto, alla ricerca di ispirazione recandosi presso le colline toscane, le spiaggi ligure e adriatiche.
Chiaramente, un simile stile di vita si accompagna ad una costante condizione di povertà, in cui i pochi denari che l’artista riesce a guadagnare vengono puntualmente spesi in bottiglie di vino e compagnie notturne. Nel 1880, tuttavia, arriva la svolta. Egli ottiene infatti un primo, e cruciale, riconoscimento ufficiale all’Esposizione di Torino, quando il re Umberto I acquisterà una sua opera, il pastello Tempo piovoso, un’opera di cui sfortunatamente non si sa molto. Possiamo tuttavia ipotizzare si trattasse di un dipinto dal tratto romantico, un paesaggio “sublime” in grado di catturare l’interesse del monarca sabaudo.
Negli anni ottanta arriva la seconda svolta della sua vita, ovvero il matrimonio con Argia Baratta, una donna di una benestante famiglia bolognese, profondamente innamorata dell’artista, al punto di tollerarne lo stile di vita sregolato che non sarà mai abbandonato da Vighi. Terza, e forse più importante svolta, è però l’incontro con il collezionista tedesco Alfred Probst. L’intermediario tedesco vede una delle sue opere nella vetrina di un negozio sotto il Portico del Pavaglione, e affascinato dall’ opera, si reca presso lo studio di Vighi a indagare più sull’artista, con l’intenzione di comprare più dipinti.
La trattativa si concluse in maniera particolarmente favorevole per Vighi: il signor Probst corrispose infatti una somma superiore a quella richiesta dall’artista, ritenendo che la qualità della sua opera lo meritasse. Soprattutto, l’avvio del legame con Probst permette a Vighi di mettersi in contatto con i mercanti d’arte di Berlino, e di accedere al facoltoso mercato mittleuropeo. Se Vighi aveva fino a quel momento riscosso meno successo di quanto meritasse tra i critici bolognesi, le sue opere diventano estremamente contese sul mercato europeo. Saranno soprattutto le marine a rivelarsi particolarmente redditizie e apprezzate, e le commissioni arrivarono ad essere talmente tanti che alcuni studiosi, come Elena Gottarelli, descrivono come il suo studio sembrasse essere diventato una catena di montaggio dato che poteva dipingere dieci opere contemporaneamente.

Rappresentava il vero naturale con affinità compositiva a quel sapore romantico e germanizzante, lontano dalle novità francesi dell’epoca. In tal senso, altro che darà ulteriore slancio alla carriera del bolognese sarà il conoscere lo scrittore e corrispondente a Roma del giornale tedesco Berliner Tageblatt, Hans Barth, chi gli procurerà una notorietà internazionale difficilmente accessibile per altri artisti italiani dell’epoca.
È così che Vighi partecipa a numeroso mostre nazionali e internazionali. Nel 1881 esponeva a Milano Dai verdi, Lungo un fiume, Era il giugno e Crepuscolo, quattro tele molto ammirate e lodate. Nel 1884 partecipò alla Esposizione Generale di Torino con due opere a tempera Compagna mesta e Pace ignorata. Il successo internazionale si coglie anche con i risultati dell’esposizione esposizione Nazionale di Belle Arti del 1898, sempre a Torino, in cui il Duca d’Aosta acquisisce Notturno (pastello). Durante la stessa esposizione, il dipinto Quies (pastello) viene acquistato dal Principe di Napoli, mentre l’opera Sprazzo di luce (pastello) viene comprato da von Kuelmer, console germanico. Partecipa alla prima esposizione del Circolo Artistico di Trieste nel 1890 con l’opera Quiete. Nel 1903, vende Nubium Tumultus a 6000 lire nell’Esposizione della Società Francesco Francia, una delle mostre dove è stato più coinvolto nel corso degli anni.
Per quanto concerne il successo internazionale, nel 1890 Vighi espose a Vienna La preghiera della sera, un paesaggio naturale crepuscolare. Nel 1904 partecipa all’Esposizione Italiana “Italian Exhibition Earl’s Court” a Londra, organizzata dalla Italiano Chamber of Commerce, esponendo i dipinti “At sea at night” e “Gale on the Adriatic”, esportando quindi le sue famose marine anche sul suolo britannico. Il pittore riceve un importante riconoscimento presso la capitale europea dei movimenti artistici dell’ottocento, ovvero al Salone di Parigi 1904, dove conseguì un premio con tanto di medaglia con l’opera Nidi d’aquila, uno dei suoi pastelli più riusciti e significativi.

Quando il successo economico bussò alla sua porta, il suo stile di vita vive grandi trasformazioni: acquisti di gioielli, nuove scarpe, grandi banchetti, mobili d’antiquariato e vestiti pregiati. Nel suo studio in via Zamboni era solito accompagnare il suo lavoro artistico con un pianista pagato a ore. Gradiva gli elogi e i complimenti che le sue opere ricevevano, sebbene preservasse un forte disprezzo per quella stessa critica alto-borghese che mai ne aveva pienamente accettato il talento e la visione, rimproverandogli la scarsa attenzione per il paesaggio locale.
L’ascesa sulla scena pittorica internazionale e l’arricchimento che ne derivò non cambiarono però una caratteristica fondamentale dell’autore bolognese, ampiamente riconosciutagli: la lealtà verso i suoi amici. Accogliente e premuroso davanti ai bisogni degli altri, Vighi non si risparmiò mai nel dare aiuto a chi reputava suo amico, spesso con ingenti somme e a scapito del suo stesso benessere. Ospitava inoltre spesso questi pittori locali in condizioni di povertà, allestendo cene imponenti. Era un artista con voglia di partecipazione, una persona generosa. Tra le persone che l’artista definiva amiche si riscontrano lo scultore Ettore Sabbioni, i pittori Carlo Legnani e Carlo Parmeggiani (con cui frequentava il gruppo di pittori di palazzo Bentivoglio), Mario De Maria, Luigi Serra e Paolo Bedini, i giovani artisti Ugo Valeri, Athos Casarini, Augusto Sezanne, Augusto Majani, Guglielmo Pizzirani e Alfredo Protti, il poeta Enrico Panzacchi che lo porterà nel suo circolo sociale, l’architetto Alfonso Rubbiani e l’ingegnere Giuseppe Ceri.
Ma nessun rapporto di amicizia fu particolare come quello con Luigi Bertelli. Contrariamente a quanto alimentato dai critici bolognesi nel corso degli anni, infatti, nella loro relazione non vi era il minimo cenno di rivalità, caratterizzandosi invece per una profonda stima e lealtà. Nel momento di maggiore difficoltà finanziaria e di vita del Bertelli, Vighi lo sostenne economicamente comprando molte opere dell’amico, cosa che peraltro fece anche con lo sfortunato collega e altrettanto amico Alessandro Scorzoni.
Certo, i due artisti erano diversi. Se Bertelli si ispirava al naturalismo francese, Vighi seguiva le tendenze del tardo romanticismo e dell’arte tedesca (non a caso, nel suo atelier era abituale trovare libri di Max Liebermann, Hans Thoma, Adolph von Menzel, Caspar David Friedrich, Joseph Anton Koch, Wilhelm von Kobell, Carl Gustav Carus, Carl Spitzweg). Bertelli utilizza una tavolozza dominata da ocre e toni della terra, raffigurando il lavoro agricolo e le produzioni della regione. Vighi, invece, intende catturare quel vero naturale e incontaminato dalla civiltà moderna, le sensazioni oniriche che esso trasmette, accostandosi per affinità compositore a quel sapore. E in questo aspetto risiede l’origine del successo “commerciale” di Vighi: le opere di Bertelli, nella loro fine ma brutale rappresentazione della realtà, ricordavano brutalmente il tanfo dei maceri, l’odore di stalla, il fastidioso frinire delle cicale. Tutto questo allontanava il pubblico dei salotti borghesi ottocenteschi, che si rivela invece molto più attratto dalle marine di Vighi, evocative e suggestive, e l’artista ne dipingerà ad olio, a tempera: su tela e su legno, e per fare più presto a pastello, su carta scura da pasta e usando anche carta rintelata.

Pur rappresentando paesaggi, non è stato certamente un verista, e questo lo pone artisticamente in netto contrasto con il suo amico Bertelli. E questo perché era lontana da lui ogni forma di puro realismo. Per il critico d’arte Paolo Stivani, “l’artista ha creato attraverso la sua individualità un tipo di paesaggio dove esprime un romanticismo di facile comunicativa”.
Il manierismo di Vighi trae in effetti le sue origini dal vero, e si forma sulla sua copia, sulla sua copia delle rocce, delle onde, delle nuvole, raramente delle figure e dei caseggiati. Tuttavia, è allora che il ricordo si mescola col vero, e dalla mera copia ne esce un romanticismo leggero, stavolta perfino simbolico che del vero ha colto istanti suggestivi, solitudine, silenzio, malinconia, distensione, passione sentimentale. Poche sono le figure umane nel suo lavoro artistico. I suoi protagonisti erano le onde, le nuvole, la brezza, l’erba, le montagne, il tramonto. Malinconia e tristezza vi predominavano in diverso grado.
Un esempio, in tal senso, è l’opera intitolata l’Avvicinarsi della procella un pastello che viene ammirato per la prima volta a Bologna nel 1988. Il pastello, rispetto all’olio, permette un tocco più rapido e vibrazioni diverse, e Vighi lo usa per aumentare la tensione atmosferica: l’idea della procella che arriva non è solo meteorologia, è un modo per parlare dell’attesa e dell’inquietudine.
Oreste Trebbi (1872-1944), famoso critico e giornalista bolognese, rimarca come Vighi non potesse essere catalogato come verista, proprio perché il pittore aveva un’innata capacità di trarre dalle cose i soli elementi necessari, non riproducendo nella loro arida evidenza, ma rendendo l’impatto che la visione aveva su di lui. Proprio per questo dipingeva a porta chiusa nel suo studio, solo dopo aver ammirato le viste e le marine che desiderava dipingere, preservando il tempo di osservare l’incanto della natura. senza fretta, senza pensare alla pittura.
Strumento di emozioni: il pastello
L’emozione trasmessa dalle opere di Vighi è estremamente legata alla sua tecnica pittorica e in particolare all’utilizzo del pastello (solo in alcuni rari casi realizzerà paesaggi ad olio e tempera).

La tecnica del pastello è in uso sotto forma di bastoncini fin dal XV secolo, ma è solo nel XVIII secolo che il pastello è diventato un mezzo artistico considerato di grande prestigio. Ricette per “pastelle” e “pastillas” (gessetti prodotti artigianalmente) compaiono nei trattati degli artisti rinascimentali, che suggerivano l’uso di colla di pesce, linfa di fico e gomma arabica come leganti.
L’epoca d’oro della pittura a pastello è legata al nome di Rosalba Carriera (1674–1757), l’artista veneziana che padroneggiò questa tecnica all’inizio del XVIII secolo. Svolse un ruolo fondamentale nello sviluppo della pittura a pastello e i cui eleganti ritratti godevano di enorme popolarità a Parigi. Vale la pena ricordare che, all’epoca, il pastello era un mezzo nuovo, di conseguenza, non esisteva un “metodo corretto” prestabilito per utilizzarlo, non c’erano regole stabilite: un fatto che offriva un vantaggio significativo per la creatività nel loro impiego. Ad esempio, Rosalba poteva stendere uno strato di pastello inumidito con un pennello per creare la tonalità di base dell’incarnato, per poi riprendere l’area con pastello secco polverizzato, così da rendere la morbidezza della guancia di una giovane donna. La straordinaria abilità e rapidità della Carriera, unite alla sua capacità di idealizzare e stilizzare i soggetti, la resero la ritrattista prediletta dagli aristocratici inglesi in visita a Venezia.
Molti altri artisti utilizzarono questo mezzo, tra cui i celebri Edgar Degas, Édouard Manet e Toulouse-Lautrec, per citarne alcuni. Fu nel corso del XVIII secolo che la pittura a pastello raggiunse il suo apogeo. Re, principi ed esponenti della borghesia richiedevano ritratti a pastello. Maurice Quentin de La Tour, Jean-Baptiste Perronneau, Chardin, François Boucher, Greuze, nonché Labille-Guiard e Vigée Lebrun, furono tra coloro che elevarono l’arte del pastello sulla scena internazionale. Solo a Parigi si contavano almeno duecento artisti di rilievo che utilizzavano tale tecnica pittorica.
Nel XIX secolo, spinti dalla forte domanda degli artisti, i produttori iniziarono a realizzare una vasta gamma di pastelli duri e morbidi, caratterizzati da diverse intensità e tonalità di colore.
Eppure, la sua tecnica di creazione del pastello con cui affrescare i suoi paesaggi non si limita ai confini tradizionali. Vighi usava infatti creare il pastello mischiandolo con un ingrediente particolare: il miele. Questo consentiva al pittore di creare un effetto molto particolare, volto a simulare l’olio.
La scelta era motivata anche da ragioni economiche e di tempistica: aveva molte richieste e committenze quando è diventato molto famoso (come accennato, aveva richieste e commissioni di opera da tutta Europa, nonché dalla lontana Russia). Grazie a questo pastello mielato ad imitazione dell’olio, lui poteva in breve tempo realizzare capolavori a pastello, che costavano però molto di meno rispetto agli oli. Vighi aveva quindi aggirato la questione amalgamando i pastelli col miele, con simil olio molto denso e costoso chiedendo cifre paragonabili agli oli tradizionali con il suo stile.

Nella produzione di pastelli (che sono bastoncini di pastello secco), il miele funge da legante naturale flessibile e da agente umettante. A differenza di quanto avviene nelle vernici liquide, dove il miele contribuisce a ritardare l’asciugatura, la sua funzione principale nei pastelli secchi è quella di tenere uniti i pigmenti senza rendere il bastoncino eccessivamente duro, consentendogli così di sfaldarsi in modo uniforme sulla carta.
Il miele ha infatti proprietà igroscopiche (conferisce una consistenza vellutata), cioè trattiene piccole quantità di umidità dall’aria e ciò impedisce ai bastoncini di pastello di seccarsi completamente, diventare fragili e sgretolarsi nel tempo. Grazie a questa caratteristica, il pastello conserva quella consistenza cremosa, scorrevole e vellutata che lo contraddistingue quando scivola sulla carta, preserva la purezza e la luminosità del colore. E il pittore bolognese aveva intuito tali proprietà, arrivando a padroneggiare egregiamente l’utilizzo.
Ultimi anni
Il 18 giugno 1891 nacque l’unica figlia dell’artista, Nerina Vighi (1891 – 1965). Citare Nerina, anche pittrice lei, nella conclusione di questo contributo ha una valenza simbolica, in quanto fu lei, dopo la sua morte, ad assumersi la responsabilità di autenticare i dipinti del padre e promuovere la sua opera. Forse con delle saltuarie e naturali tendenze alla romanticizzazione e all’idealizzazione della figura paterna. Nerina ne coltivò con cura l’eredità artistica, definendo il lavoro del padre come dotato di “creatività densa di spiritualità affascinante e meditativa”.
Prima ancora che Nerina assumesse tale ruolo, già nel 1905, dopo la morte di Vighi, la sua opera Prima della bufera (pastello) fu esposta nella sala emiliana dell’Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia. I suoi dipinti vengono venduti presso aste, tra le altre, di città come Bologna, Roma, Milano, Firenze, Genova, Parigi, Amburgo, Londra, Ginevra, Barcellona, Düsseldorf, Zurigo e Hatboro.
L’influenza raggiunta dall’artista emerge anche dalla partecipazione al suo funerale, in cui si riunirono le rappresentanze delle Accademie di Belle Arti di tutta Italia, ambasciatori di vari Stati europei e diversi artisti che avevano visto in Vighi non soltanto la sua abilità artistica, ma anche l’uomo fondamentalmente e intrinsecamente buono che egli fu.
Su impulso della figlia, nel 1914 si tenne un’esposizione benefica presso l’Hotel Baglioni, dove venne celebrato il suo spirito suggestivo e misterioso, nonché il suo stato interiore poetico sensitivo, naturalistico e pensoso. In questa esposizione postuma, i giornalisti notarono, tra gli altri le presenze della principessa di Monaco, della principessa Demidof Abemelech, del consorte di Francia e d’altri grandi personaggi.

Nell’autunno del 1952, nella commemorazione dei 100 anni della sua nascita. Il Circolo artistico di Bologna ha organizzato la sua prima retrospettiva composta di 39 opere curata dall’artista Ferruccio Gottarelli (1897-1967), secondo il quale Vighi avrebbe rappresentato “Il miglior pastellista della sua epoca” dalla “padronanza tecnica unica”. Nel 1982, Paolo Stivani in collaborazione con Alberto Bettini e Piero Fiori, realizza una mostra retrospettiva nella Galleria d’arte Il due di quadri.
Più recentemente, una mostra monografica dedicata all’autore è stata realizzata nel 2009 dall’Associazione Bologna per le Arti, in occasione dell’esposizione ospitata dalla Galleria Fondantico.
Nonostante questi successi postumi, l’opera di Coriolano Vighi è rimasta a lungo dimenticata dalla storia dell’arte e dalla critica. Eppure, l’artista bolognese ha rappresentato un unicum per la storia artistica locale ed italiana, con il suo rapporto del tutto particolare con la rappresentazione del vero, votata alla trasmissione di sensazioni ed emozioni, anticipando in tal senso movimenti artistici contemporanei e successivi.
Bibliografia
- Anche Bologna! quaranta dipinti dell’Ottocento bolognese, a cura di Isabella Stancari, Anche Bologna!, Primavera 2024.
- Coriolano Vighi. 1852-1905, Bologna, Associazione Bologna per le Arti, 2009.
- Catalogo delle opere di Coriolano Vighi : esposizione pro infanzia abbandonata, 30-31 maggio e 1 giugno 1914, Grande Hotel Baglioni, Bologna.
- Catalogo Mostra Retrospettiva del pittore Coriolano Vighi, Circolo Artistico Bologna, 1952.
- Coriolano Vighi. Firenze 1852 – Bologna 1905, a cura di Paolo Stivani, Bologna, Galleria d’arte Il due di quadri, 1982.
- Da Bertelli a Guidi. Vent’anni di mostre dell’Associazione Bologna per le Arti, mostra e catalogo a cura di Stella Ingino e Giuseppe Mancini, Bentivoglio, Grafiche dell’Artiere, 2019.
- DE GUBERNATIS Angelo e MATINI Ugo. Dizionario degli artisti italiani viventi, pittori, scultori e architetti, Tipi dei successori Le Monnier, 1889.
- GOTTARELLI Elena. La vera storia di Coriolano Vighi, Il 2 di quadri, Coriolano Vighi, al 23 febbraio 1985, 1985.
- GOTTARELLI Elena, Notizie di Coriolano Vighi, in Il carrobbio, (1983), pp. 221-232.
- MAYER Ralph, The Artist’s Handbook of Materials and Techniques: Revised and Updated.
- TREBBI Oreste, Un tipo petroniano. Il pittore Coriolano Vighi, in: Nella vecchia Bologna. Cronache e ricordi, rist., Sala Bolognese, A.Forni, 1983, pp. 209-217.
Sitografia:
https://www.ttamayo.com/2019/05/historia-de-la-pintura-al-pastel/
https://www.museotorino.it/resources/pdf/books/205/files/assets/common/downloads/publication.pdf
https://www.museotorino.it/resources/pdf/books/261/#165/z
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Mariana Chiquillo Sarmiento:
Studentessa del master in Educazione al Patrimonio e Innovazione Digitale della Università di Bologna. Laureata in Antropologia culturale ed etnologia.