La faccia nascosta della luna: quello che non sai sul rapporto tra Gabriele D'Annunzio e Mario de Maria
Mario de Maria (1852-1924) nacque a Bologna nel 1852 da una famiglia che si era già distinta nel mondo dell’arte grazie ad alcuni suoi membri. Nel 1867 il quindicenne Mario fu ammesso all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ma fu altrettanto significativo il viaggio che compì attraverso le capitali europee della pittura simbolista, tra cui Vienna, Monaco e Parigi. Questa esperienza lo mise in contatto con le architetture nordiche caratterizzate da finestre ogivali e tetti spioventi, che arricchiranno i suoi futuri quadri di atmosfere suggestive.
Mario de Maria è considerato uno dei più importanti esponenti del Naturalismo Spiritualistico. Il suo intento era quello di mostrare il vissuto degli edifici – antichi e non – e dei paesaggi, aggiungendo al semplice Naturalismo un punto di vista personale. Il pittore dedicava molta attenzione al rapporto tra luce e ombra all’interno delle sue composizioni, talvolta manipolandolo in modo da infondere un’aura evocativa, quasi magica, alle sue opere spiritualiste.
Molti intellettuali fecero del Simbolismo anche uno stile di vita, incentrato sul rifiuto della razionalità e sulla ricerca di sensazioni mistiche, spirituali ed estreme. Gabriele D’Annunzio (1863-1938) fu uno di questi. Accomunati dagli stessi interessi, D’Annunzio e de Maria strinsero un solido rapporto di amicizia che consisteva in lunghe chiacchierate sull’arte, favori personali, ma anche commissioni lavorative.
Decisiva fu la scelta di Mario de Maria di trasferirsi a Roma nel 1882, alla ricerca di nuovi impulsi creativi. L’evento che segnò particolarmente il pittore fu la frequentazione del Caffè Greco, luogo di ritrovo di importanti personalità di spicco della società italiana del periodo. In poco tempo ne divenne uno dei membri più amati e questo gli permise di fare la conoscenza di Gabriele D’Annunzio che, successivamente, gli aprì la porta alla commissione dell’illustrazione di alcune poesie nell’edizione Picta dell’Isaotta Guttadauro, che sarebbe stata pubblicata nel 1886 sulla “Tribuna”. De Maria decise di illustrare l’Alunna e l’Eliana, due componimenti che rispecchiavano appieno l’atmosfera decadentista a cui era avvezzo. Egli lavorò in fretta e completò la commissione in anticipo rispetto agli altri artisti, che dovettero subire i rimproveri e le sollecitazioni di D’Annunzio, in quanto “il tempo passava e i sogni […] non prendevano forma sulla carta”. [1]
Nel quadro l’Alunna, da cui ricaverà l’illustrazione per la poesia omonima, de Maria rappresenta un’atmosfera lugubre e nefasta. Amava inserire la luce lunare in molti suoi quadri, tant’è che D’Annunzio, durante un viaggio a Venezia del 1886, lo soprannominò proprio “il pittore delle lune”. Nell’Alunna, la luna a forma di teschio assume un ruolo fondamentale, poiché illumina tutta la scena. Il quadro mostra una figura femminile che sta cavalcando, scortata da due uomini anziani. Dietro di lei emergono tre serpenti aggrovigliati, simbolo del terrore provato dalla donna, che si confondono con l’ambiente circostante, in quanto anch’essi sono molto scuri. Le nubi grigie, man mano che salgono verso il cielo, si tramutano in teschi, pipistrelli e scheletri, mentre, grazie ai versi della poesia dannunziana, possiamo immaginare che la scena sia invasa da lamenti che emergono dalla palude presente sullo sfondo.
[…] Sale dubbio vapor su da li stagni,
che in alto a l’aria forme truci assume;
a fior de l’acque bollono le schiume;
or sì or no da ‘l limo escono lagni. [2]

Nella tela l’Eliana, o La danza dei pavoni, de Maria riprende l’architettura nordica che aveva assimilato durante il suo viaggio per le città simboliste europee. Nella composizione risalta un castello in stile neogotico, attorno al quale volteggiano dei pavoni bianchi. Analizzando la poesia dannunziana emerge che i pavoni sono le fanciulle perite per amore, tramutatesi poi in volatili. De Maria li raffigura mentre compiono movimenti dolci, come se stessero eseguendo una danza.
[…] A torme a torme candidi paoni,
lenti, silenti come neve in aria,
discendono su l’agili ringhiere.
Sono le spose morte di piacere,
che tentan la dimora solitaria.
E il bosco è pieno d’implorazioni. [3]

Nel 1892 il pittore si trasferì a Venezia. L’artista e D’Annunzio continuarono a frequentarsi anche nel capoluogo veneto, poiché de Maria era uno degli ospiti favoriti all’interno della Casetta Rossa, residenza veneziana del Vate adibita a luogo di incontro e conversazione per l’aristocrazia europea. De Maria e D’Annunzio amavano discorrere sulle tecniche pittoriche, in particolare la policromia, e sulle tecniche coloristiche applicate sul marmo, sull’avorio, sulla terracotta e pure sul bronzo.
L’ambiente della città si avvicinava allo stile decadente evocato dalle poesie dannunziane, tuttavia, dopo diversi viaggi ad Amsterdam, Brema, Lilienthal e Wesel, la tavolozza di de Maria divenne gradualmente più chiara e luminosa, influenzato dalla luce dei pittori nordici come Rembrandt (1606-1669) e Vermeer (1632-1675). Apprese il passaggio verso una pittura più limpida e con tocchi leggeri di pennello, come possiamo vedere, in Un giorno d’autunno a Lilienthal, del 1901, e in Il meriggio di un fauno (Sinfonia Bionda), del 1909.

La prima volta che D’Annunzio vide Il meriggio di un fauno (Sinfonia Bionda) ne rimase abbagliato per la gamma cromatica “ardente”. La composizione traduce visivamente la poesia simbolista di Stéphane Mallarmé (1842-1898), ovvero Après-midi d’un faune. La scena illustra il sogno di un fauno in cui questi tenta di rapire una ninfa, mentre sulla destra un secondo fauno suona il flauto. Il componimento del musicista Claude Debussy (1862-1918), pure lui simbolista, intitolata Prélude à l’après-midi d’un faune, costituisce il sottofondo musicale della scena. L’atmosfera autunnale incantò D’Annunzio, che decise di appendere il pendant di quest’opera sopra la testata del suo letto, nella stanza della Leda al Vittoriale.

Non è chiaro come il Vate sia entrato in possesso del pendant, ma è plausibile pensare che de Maria gliel’abbia donato come segno di ringraziamento nel 1915. D’Annunzio, infatti, aveva accolto nel Vittoriale Astolfo (1891-1946), il figlio del pittore, che doveva essere chiamato alle armi durante la Prima guerra mondiale, mentre Mario de Maria, assieme alla moglie, cercò in tutti i modi di sottrarlo alla leva. Il Vate prese sotto la sua ala Astolfo, nominandolo suo disegnatore personale, evitando così che partisse per il fronte. Durante il suo soggiorno al Vittoriale, che durò fino alla fine del conflitto, Astolfo cominciò a seguire le orme del padre e si dedicò anche lui alla pittura, realizzando un ritratto di D’Annunzio che, nel 1930, venne esposto alla XVII edizione della Biennale d’Arte di Venezia.


Tra le ultime interazioni che ebbero de Maria e D’Annunzio, di cui siamo a conoscenza, esiste una fotografia scattata nel 1916. Nella foto vediamo il Vate che decise di farsi immortalare con l’occhio bendato, dopo essere rimasto coinvolto in un incidente aereo.
Il 18 marzo 1924 Mario de Maria morì all’Ospedale Maggiore di Bologna. Gabriele D’Annunzio volle dargli un ultimo saluto, componendo la dedica incisa sulla lapide presso la casa del pittore ad Asolo, che recita così:
Questa casa dell’arte di Marius de Maria dal popolo di Asolo tra le sue più alte imagini funebri e regali oggi consacrata al genio dei luoghi risplenderà nei giorni e nelle notti dei secoli come se contenesse tutto lo splendore della musica muta qui racceso dalla morte dell’artefice
XVII settembre MCMXXIV – Gabriele d’Annunzio
NOTE
[1] Diego Angeli, Le cronache del Caffè Greco, Milano, 1930 in Mario De Maria: (Marius Pictor), il pittore delle lune 1852 – 1924, a cura di Elena Di Raddo, Bentivoglio, 2013, p. 38.
[2] Gabriele D’Annunzio, Isaotta Guttadauro ed altre poesie, Roma, La Tribuna, 1886, Idilli, vv. 17-20.
[3] Ivi, Sonetti delle Fate, vv. 9-14.
BIBLIOGRAFIA
Da Bertelli a Guidi: vent’anni di mostre dell’Associazione Bologna per le Arti, a cura di Stella Ingino e Giuseppe Mancini, Bentivoglio, 2019.
Ombra cara: Mario de Maria detto Marius Pictor (1852 – 1924), a cura di Francesca Sinigaglia, catalogo della mostra tenuta al Museo Ottocento Bologna dal 21 marzo al 30 giugno 2024, Bologna, 2024.
Mario De Maria: (Marius Pictor), il pittore delle lune 1852 – 1924, a cura di Elena Di Raddo, catalogo della mostra tenuta a Bologna, presso Palazzo d’Accursio dal 20 dicembre 2013 al 9 febbraio 2014, Bentivoglio, 2013.
SITOGRAFIA
https://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-3a110-0000119/
Valentina Raccagni
Laurenda alla facoltà di Beni Culturali presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Appassionata di arte, letteratura e cinema.