Alfredo Protti
Il fascino dello specchio

Alfredo Protti (Bologna, 1882-1949) è stato uno dei più importanti pittori bolognesi di primo Novecento. Nato da una famiglia di artigiani, frequentò l’Accademia di Belle Arti di Bologna. È ricordato soprattutto per i suoi ritratti femminili, i nudi e le costruzioni degli ambienti domestici. La figura della donna è centrale nelle sue composizioni, ed è rappresentata con una sensualità lontana dagli schemi accademici.

La sua carriera si affermò in un periodo di grandi trasformazioni culturali. Mentre il movimento intellettuale e ideologico del Futurismo promuoveva una rottura radicale con il passato, la pittura di Protti si sviluppò nella realtà bolognese, una città che accolse la modernità a piccoli passi. Le sue opere mostrarono da subito una percezione liberale e disinibita dei rapporti tra uomo e donna, e riuscirono a introdurre una nuova sensibilità estetica attraverso soggetti tradizionali. A differenza dei classici nudi accademici per cui posavano modelle professionali, quelli di Protti suscitarono lo scandalo del pubblico tradizionalista perché ritraevano domestiche e sarte, ma anche uno spiccato interesse nella nuova borghesia, che apprezzava l’erotismo elegante e lo stile moderno.

Le opere realizzate negli anni appena successivi alla formazione accademica, mostrano già il suo talento come ritrattista. I dipinti di questi anni ancora acerbi sono tra i più affascinanti della sua produzione, come Fiorina addormentata (1911), Lo specchio (1911), e In giardino (1911-13). Le sue sono pennellate sicure e immediate, i contorni e i dettagli sono tratteggiati in maniera rapida. Negli anni Venti, si impegnò in composizioni equilibrate, ben strutturate e dai colori armoniosi; il soggetto principale rimase la figura femminile in un interno. In opere come Abatjour (1925), Il lume acceso (1910-20), Mattino d’estate (1924) e Toni azzurri (1925) emerge la sua strabiliante capacità di rappresentare gli effetti della luce, la preziosità dei tessuti e i riflessi degli specchi. Morì a Bologna nel 1949.

 

Alfredo Protti, In giardino, 1911 – 1913, olio su cartone, 70 x 50 cm, collezione privata

 

Alfredo Protti, Toni azzurri, 1926, olio su tela, 62 x 47 cm, collezione privata

 

Dopo un periodo di relativa dimenticanza, la sua opera è stata rivalutata dalla critica, che oggi lo considera uno dei protagonisti della pittura bolognese del Novecento. La sua capacità di trasformare temi classici, come il ritratto e il nudo femminile, in strumenti per rappresentare una nuova idea di femminilità, più libera, intima e consapevole, rappresenta il fulcro della modernità del Novecento.

Nei dipinti di Alfredo Protti, lo spazio domestico non è un semplice sfondo ma è un elemento che contribuisce attivamente a dare significato alla scena. L’arredo e i diversi materiali si fondono sulla tela creando un’atmosfera intima e avvolgente. Specchi, toilettes, mobili laccati, vasi di fiori, abat-jour e boccette di profumo negli anni diventano una costante di queste stanze, persino gli abiti delle modelle si riaffacciano sulla tela come una messinscena rituale.

Questa cura ossessiva del dettaglio crea un’atmosfera raffinata e voluttuosa che riflette l’estetica raccontata nelle opere letterarie dell’Ottocento Decadente. Emblema di questa corrente letteraria è Il piacere (1889), romanzo di Gabriele D’Annunzio (1863-1938). Si tratta di un racconto fatto più di sensazione e atmosfere che di trama e avvenimenti: sono scene svolte negli interni aristocratici o nelle carrozze, la cui ambientazione è più importante dell’evento stesso. Proprio come Protti, l’autore del romanzo si perde nelle sale da ballo, nelle toilettes femminili e rende la moda un’opera d’arte e uno stile di vita. La differenza tra i due artisti sta nel modo in cui percepiscono la femminilità. D’Annunzio descrive una bellezza e una sensualità artificiali che puntano a sembrare naturali, mostrarne i segreti romperebbe l’idillio; Protti, invece, non ha paura di rendere le sue modelle umane – ragion per cui spesso non erano modelle professionali – descrive le sue donne mentre si guardano allo specchio, mentre scelgono i gioielli, mentre si truccano, come in Prova allo specchio (1913) e Allo specchio (il piumino) (1922).

Nel corso dell’Ottocento la rappresentazione della femminilità si arricchisce di sfumature che diversificano le figure femminili narrate in arte e in letteratura. Fino a quel momento il modello femminile dominante era rappresentato dalla Donna Angelo, ispirata alla Vergine Maria, che rinchiudeva le donne nel prototipo innocente, materno, e puro. In questo periodo si afferma la figura della femme fatale, una donna lussuriosa, gelida e crudele. Una seduttrice la cui bellezza è artificiale, che utilizza piccoli dettagli che sa essere in grado di ammaliare gli uomini; si tratta di ventagli, calze in velo, collarini di merletto, pellicce, colori scuri o intensi come il nero e il rosso. La femme fatale è una figura costruita anche quando prende forma attraverso donne reali. Le protagoniste della pittura di Protti sono ritratte nella loro quotidianità ma conservano alcuni elementi tipici della figura letteraria. Le calze in velo, ad esempio, sono un elemento ricorrente nelle sue opere, rese protagoniste sia di nudi che di ritratti in momenti particolari, come in Giannina (1910), Le giarrettiere (1915-20), Il gioco delle biglie (1918). Grazie all’aggiunta di questo elemento, Protti aggiunge una sfumatura sensuale alle figure femminili ritratte, allontanandole dal prototipo della fanciulla innocente.

 

Alfredo Protti, Le giarrettiere, 1915 – 1920, olio su tavola, 70 x 49 cm, collezione privata

 

Un elemento protagonista nella pittura di Protti è lo specchio. Appare sia come mobile di arredo in secondo piano, sia come oggetto tenuto in mano dalla protagonista del ritratto. Non si tratta né di una presenza casuale né di un dettaglio insignificante, ma possiede un valore simbolico radicato nella cultura occidentale. Infatti, lo sguardo dell’essere umano riflesso nello specchio è molto più di un processo ottico, è una tappa fondamentale per la costruzione dell’identità individuale. Lo specchio si rivela un potente mezzo di introspezione capace di ridefinire l’identità individuale e di modificare le regole della rappresentazione visiva.

Il rapporto tra l’uomo e la sua immagine riflessa trova la sua origine nel mito di Narciso: egli ammaliato dal riflesso della sua immagine cadde nello specchio d’acqua segnando la fine della sua vita. Il mito è stato interpretato come metafora della scoperta dell’identità attraverso l’immagine riflessa. Nel momento in cui l’uomo riconosce il riflesso come un altro sé, nasce la razionalità. La ragione dona all’essere umano la capacità di utilizzare quell’immagine come segno rappresentativo e creativo: è l’inizio di un’evoluzione per l’arte. 

La possibilità di guardarsi in modo nitido e definito fa crescere in modo esponenziale l’autoconsapevolezza. Questo fenomeno si riflette immediatamente nella nascita di nuovi generi di scrittura introspettiva, come l’autobiografia letteraria. Per le donne delle classi agiate, lo specchio diventa uno strumento di cura consapevole del corpo.

Mentre nella quotidianità lo specchio è alla base dell’autocoscienza, nella pittura diventa il simbolo dell’inganno visivo. Un esempio emblematico è l’effetto-Venere, presente nei dipinti dedicati alla dea da Diego Velázquez (1599-1660) o Pieter Paul Rubens (1577-1640). In queste opere, Venere sembra ammirare sé stessa nello specchio rivolto verso lo spettatore; tuttavia, se l’osservatore vede il volto di lei nel riflesso, significa che lei non sta guardando sé stessa, ma sta fissando proprio lui. Lo specchio ha permesso alla pittura di superare i confini fisici della tela. Gli specchi convessi – utilizzati, ad esempio, da Jan van Eyck (1390-1441) nel Ritratto dei Coniugi Arnolfini (1434) – funzionano come degli obiettivi grandangolari. Deformando e duplicando lo spazio, permettono di includere ciò che non entrerebbe nella tela: l’ambiente circostante, l’osservatore reale, l’artista stesso; raddoppiando la realtà.

Protti raramente utilizza il riflesso sullo specchio per illudere lo spettatore, grazie a lui lo specchio diventa uno strumento per raccontare la femminilità in modo più intimo. Due opere emblematiche dell’utilizzo dello specchio nella sua pittura sono Nudino allo specchio (anni ’20) e Lo sguardo (1924). Nonostante alcune differenze nella composizione, trasmettono lo stesso messaggio: entrambe raffigurano una donna in un momento intimo, in cui lo specchio non serve a coinvolgere direttamente lo spettatore ma a mettere la protagonista in relazione con sé stessa.

 

Alfredo Protti. femminilità Sensuale
Alfredo Protti, Lo sguardo, 1924, olio su tela, 91 x 62 cm, Museo Ottocento Bologna

 

Alfredo Protti, Nudino allo specchio, anni ’20, olio su compensato, 50 x 35 cm, collezione privata

 

Entrambe le scene sono ambientate in un interno domestico, probabilmente nella camera da letto o nell’angolo della toilette della protagonista. La figura femminile è al centro della tela e domina la composizione. La donna è seduta dando le spalle all’osservatore e avvicina il volto allo specchio di fronte a lei. Il filo conduttore tra le due opere è tracciato dal tema dell’intimità, costruita attraverso le ambientazioni accoglienti dai colori caldi e tenui. Le protagoniste esprimono una femminilità sensuale: in Nudino allo specchio, risaltata dalla schiena nuda e dalla chioma indomabile, in Lo sguardo, invece, dall’eleganza dell’abito leggerissimo che lascia intravedere la sottoveste. Lo specchio rimane il cuore della composizione. È l’unico elemento attraverso il quale lo spettatore può vedere il volto della protagonista, e l’elemento che mette in relazione la donna, il suo riflesso e lo sguardo dello spettatore. A differenza della Venere allo specchio di Velázquez (1647-1651) o di Rubens (1613-1614), la protagonista di Protti non guarda l’osservatore, è completamente assorta nella contemplazione di sé. Così lo spettatore si intrufola in una conversazione che non gli appartiene, a cui non è stato invitato: un dialogo tra la donna e il suo riflesso.

Lo specchio, quindi, nella pittura di Alfredo Protti perde il ruolo di simbolo di vanità o di artificio ingannevole. Diventa il luogo dell’introspezione, in cui la donna prende coscienza di sé e si perde nella sua immagine, ignorando lo sguardo dello spettatore. L’attenzione all’interiorità e alla femminilità nel quotidiano è ciò che rende ancora oggi le sue opere così attuali e affascinanti. Nel riflesso delle protagoniste di Protti non si trova solo una donna, ma lo sguardo con cui il Novecento inizia a rappresentarla.

 

Bibliografia

Alfredo Protti 1882 – 1949, a cura di Alessandra Sandrolini e Silvia Rubini, catalogo della mostra presso Palazzo d’Accursio 19 dicembre 2012 – 4 febbraio 2013, Associazione Bologna per le arti, Grafiche dell’artiere, 2012. 

Daniela Baroncini, La moda nella letteratura contemporanea, B. Mondadori, 2010. 

(A cura di) Elio Di Bella, Conoscere il Medioevo: L’impatto dello specchio nel Medioevo: rivoluzione culturale e sociale, in Agrigento, Ieri e Oggi, https://www.agrigentoierieoggi.it/conoscere-il-medioevo-limpatto-dello-specchio-nel-medioevo-rivoluzione-culturale-e-sociale/

Emanuela Pulvirenti, Degli specchi e dei riflessi (2015), in Didatticarte, 2015, https://www.didatticarte.it/Blog/?p=6519

Storia dello specchio (2023), a cura di Arte a Palazzo, https://www.arteapalazzo.it/arredamento/storia-dello-specchio/

 

Solania Taborre

Laureanda in Scienze della Comunicazione presso l’Università di Bologna. Appassionata di semiotica visiva, attualmente tirocinante presso il Museo Ottocento Bologna.