La straordinaria e sciagurata vita di un artista
Alessandro Scorzoni (1858 – 1933), Flavio Bertelli (1865-1941), Giovanni Masotti (1873 -1915)
La produzione di un artista può rappresentare una chiave privilegiata per interpretare le sue vicende biografiche. Dall’alba dei tempi l’arte ha spesso ricoperto un ruolo quasi descrittivo rispetto alle vicende umane che si celano dietro agli artisti che le creano. Questo è il caso per numerosi artisti che compongono la collezione del Museo Ottocento Bologna.
Cosa succede quando la grande capacità espressiva di un artista incontra le proprie vicissitudini? Accade che le opere ci parlano, e ci raccontano molto di più delle parole. Un esempio lampante lo troviamo con la produzione artistica di Alessandro Scorzoni (1858 – 1933), straordinario artista bolognese, che ha tanto da raccontare con le sue vicende biografiche. Alessandro Scorzoni, infatti, nato nel 1858 ebbe una vita particolarmente travagliata. Rimase infatti orfano in tenera età, ma grazie agli sforzi della madre riuscì ad entrare nel 1872 all’Accademia di Belle Arti di Bologna.
Da qui in poi dedicò la sua vita alla pittura, ma nonostante gli sforzi non ricevette mai un grande riconoscimento in vita. Per risanare la sua condizione economica infelice tentò prima di diventare professore di disegno e figura, tuttavia, nonostante fosse quotato positivamente, non fu mai scelto. Visto il fallimento, tentò addirittura di trovare impiego come maestro di disegno alle elementari.
Fu proprio a causa di questa sua indigenza che Scorzoni fu abbandonato dalla moglie ed i suoi due figli, i quali partirono per l’America nel tentativo di trovare una vita migliore. Questo fu uno dei momenti più cupi per la vita di Scorzoni, che da quel momento in poi visse un declino sempre più accentuato, sia da un punto di vista economico, sia da un punto di vista umano, rimanendo solo con la propria Arte.
Proprio alla sua famiglia Scorzoni dedicherà una delle sue opere più personali e sentite, La mia famiglia. L’opera infatti ritrae sua moglie ed i suoi due figli all’interno delle mura domestiche.

Questa condizione di precarietà e indigenza lo oppresse fino alla fine della sua vita, costretto a vivere nel suo studio in via Solferino 27 ed a sostenersi attraverso commissioni di vario tipo, specialmente le numerose vedute per le quali sarà principalmente ricordato.
Nonostante le sue misere condizioni di vita, soprattutto con il passare degli anni, Scorzoni mantenne una straordinaria fedeltà a ciò che dava senso alla sua vita: l’Arte, nel suo caso specifico la pittura. Pur di rimanere fedele al fuoco per l’arte che lo animava, Scorzoni ha lasciato andare via la sua famiglia, ha trascurato gli aspetti economici che gli avrebbero permesso di vivere una vita più agiata. Tutto pur di rimanere coerente con ciò che lo identificava. Non a caso Alessandro Scorzoni si firmava sempre “Alessandro Scorzoni Pittore”, quel pittore con la P maiuscola, un artista che preferì guardare in faccia la sua miseria pur di mantenere la sua dignità d’Artista, quale era.
Un altro artista bolognese le cui vicende personali sono state altrettanto infelici ed influenti nel suo percorso artistico fu Flavio Bertelli (1865 – 1941), figlio del già celebre pittore Luigi Bertelli (1833 – 1916). Anche questo, infatti, dal 1891 visse un tremendo tracollo economico, dovuto alla conseguente vendita della fornace di laterizi di famiglia. Da quel momento in poi Flavio è costretto a lasciare la casa di famiglia per trasferirsi in una soffitta di palazzo Bentivoglio.
Gradualmente riesce a stabilizzare la propria condizione attraverso varie esposizioni e collaborazioni, sviluppando una certa fama e stima negli ambienti artistici di tutta Italia. Viene nominato infatti nel 1909 Accademico d’Onore dall’Accademia di Belle Arti di Bologna ed esegue numerose decorazioni, come quella del Battistero della chiesa di S. Ansano a Pieve del Pino. Diventa così un punto di riferimento nello scenario divisionista bolognese.
Tuttavia, nel 1918 Flavio Bertelli ebbe la sua prima crisi depressiva, dovuta secondo Giuseppe Lipparini (1877–1951), scrittore e storico dell’arte contemporaneo del Bertelli, proprio alla sua tecnica minuziosa e logorante, che richiedeva anni di lavoro e fatica.
A dimostrazione di ciò è lampante il quadro Oltre il Pincio, cominciato nel 1915 ed una delle ultime prove artistiche sviluppate prima della crisi del 1918.

Considerato uno dei suoi massimi capolavori, in quest’opera si nota con estrema chiarezza la meticolosità e l’attenzione della tecnica, che puntino dopo puntino, ha richiesto all’artista “anni di sgobbo e di tormenti” per creare una tela che restituisse in modo così straordinario i dettagli della luce e della vegetazione.
Questa prima crisi lo portò così lontano dallo stile divisionista, per riabbracciare lo stile naturalista più vicino ai gusti del padre Luigi. Questo suo dedicarsi al
paesaggismo lo portò a viaggiare molto attraverso le Marche e la Romagna, pagando i propri soggiorni con l’unica moneta di scambio di cui disponeva abbondantemente: la propria capacità artistica. Soggiornò così presso varie dimore offrendo quadri che però dovevano adattarsi al gusto medio-borghese delle persone che lo ospitavano.
Queste sue precarie circostanze, segnate da una drammatica situazione economica (il suo studio in via del Poggiale veniva descritto come “un granaio sgangheratissimo al quale si accedeva da una scala di legno buia e polverosa”) e dalle sciupate condizioni fisiche rappresenteranno l’anticamera di quella che sarà la causa di una seconda ed ancor più grave crisi depressiva. L’evento che però più di tutti sconvolse la sua vita in quel periodo fu una grande delusione d’amore. Bertelli, infatti, visse una lunga storia d’amore, durata oltre 20 anni, con una donna aristocratica romagnola, un amore però non destinato al lieto fine date le condizioni sociali troppo differenti dell’uno e dell’altra. Bertelli, infatti, giungendo finalmente l’occasione di convolare a nozze con lei, preferì rinunciarvi, probabilmente conscio che la realtà non avrebbe permesso ai due innamorati di vivere il loro amore.
Tutte queste incombenze lo porteranno a subire nel 1929 una gravissima crisi psichica, costringendolo addirittura al ricovero in una casa di cura privata, dalla quale però fu costretto ad uscire prima del tempo poiché impossibilitato a pagarne le alte spese.
La tragicità della sua vita lo portò così a trasferirsi in una umilissima casa alla Cagnola di Bellaria insieme alla sorella Amalia. Dipingerà ancora varie opere, supportato da amici che gli procureranno i materiali necessari e si occuperanno della vendita dei suddetti. Tuttavia, spesso lasceranno poco margine di guadagno al povero Pittore, lasciandolo morire così all’età di settantasei anni nel 1944 per un tumore allo stomaco.
Nel 1873, leggermente posteriore sia a Scorzoni che Bertelli, nasce Giovanni Masotti (1873 – 1915), pittore di straordinario valore ma che accompagna il suo eccezionale talento artistico ad una miseria in vita di eguale misura. Le sue sfortune cominciarono sin dalla più tenera età: rimase infatti orfano di madre ancora bambino e, a causa di un gravissimo incendio che distrusse l’attività del padre, fu costretto a frequentare il Collegio Venturoli, nel tentativo del padre di offrirgli un futuro migliore, specialmente data la precaria situazione economica in cui la sua famiglia versava.
Gli anni al Collegio rappresentano per Masotti un periodo di grande crescita personale e di altrettanta serenità, tanto che egli stesso scriveva di essere «contentissimo di questo collegio» e di «godere di una pace indescrivibile».
Nonostante la gioia di essere in un luogo ricco di stimoli e possibilità, sin dai primi periodi in Collegio si palesò la sua indole vulcanica ed irrequieta tanto che alla fine del suo alunnato il Rettore del Collegio lo definì come «Un giovinetto di ingegno eccellente ma indolente e di carattere riottoso e strano». Infatti, sebbene il riconosciuto talento artistico, era insofferente verso le incombenze più rigide del Collegio. Infatti, era solito coinvolgersi in litigi vari e ricevere richiami disciplinari.
Terminati gli studi nel 1892, la sua precaria situazione economica lo mise subito nella condizione di temere per il suo futuro, tanto da chiedere agli amministratori del Collegio un sostegno economico per permettergli di viaggiare e continuare fruttuosamente la propria carriera artistica. Così iniziò a viaggiare tra Venezia e Roma, in uno dei periodi più proficui per la sua produzione.
Tuttavia, già un anno dopo la sua partenza dal Collegio, cominciò un periodo di scarsa produttività dovuta principalmente ad una fallimentare storia d’amore con una donna che «non potrà mai essere sua». Il turbamento fu tale che gli amministratori del Collegio lo costrinsero ad allontanarsi da Bologna per trasferirsi a Pisa. Infatti, i lavori che Masotti mandava al Collegio erano pochi e di qualità inferiore rispetto alle aspettative.
Questa sua sfortuna rappresenta un vero e proprio leitmotiv nei suoi lavori. Infatti, molti dei soggetti che ritrae nelle sue opere sono spesso individui emarginati, poveri o tragici in ogni modo. Questo perché egli stesso si identificava in questi personaggi, in quanto si considerava egli stesso un uomo segnato dalla sventura.

© Fondazione Collegio Artistico Venturoli.
La sua vita rocambolesca si conclude nel più tragico dei modi: contrae infatti la sifilide che lo porterà così ad un logorante e triste epilogo. Conscio di aver contratto la malattia, decide di trasferirsi ad Aosta per non far pesare la sua condizione ad amici e familiari. Qui per un breve periodo pratica la professione di insegnante di disegno. Vive gli ultimi anni nella sua vita nell’insofferenza di essere lontano da casa, da Bologna, tanto che, dietro una fotografia arrivata a noi oggi, alle sorelle scriveva «Giovanni ad Aosta, col pensiero a Bologna».
A causa della malattia che lentamente stava logorando le sue capacità psicofisiche, fu arrestato il 4 aprile 1914, quasi in completa incoscienza, per poi essere internato nell’ospedale psichiatrico di Aosta dove morire circa un anno dopo, nel 27 agosto 1915. Nel periodo trascorso nell’ospedale psichiatrico visse momenti di costante delirio e semi-coscienza, dove continuava a rivendicare la propria capacità artistica comparandosi addirittura con Raffaello e Beato Angelico.
Morirà così in completa solitudine ed in condizioni tremendamente nefaste, andando così incontro in maniera estremamente tragica a quel destino avverso di cui si faceva protagonista.
Tre vite segnate dal dolore e dalla malasorte, ma legate da uno stesso filo: l’amore per l’arte. Una vocazione così forte da superare ogni ostacolo e lasciare impresse nel tempo le loro storie. Ripercorrere le vite sventurate di questi tre straordinari artisti ci ricorda quanto siano stati straordinari in vita, tre anime incapaci nonostante le avversità di rinunciare a quel fuoco che li animava, un fuoco per il quale hanno deciso di immolarsi.
Bibliografia:
Alessandro Scorzoni (1858 – 1933), a cura di Piero Fiori, Re Enzo Editrice, Bologna, 1999.
Flavio Bertelli: Armoniose visioni di natura (1865 – 1941), a cura di Stella Ingino, Grafiche dell’Artiere, Bentivoglio, 2015.
Giovanni Masotti (1873 – 1915). Turbamento ed estasi, a cura di F. Sinigaglia, Persiani editore, Bologna, 2023.
Giampiero Lemme
Laureato in Lettere presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e laureando in Informazione, Culture ed Organizzazione dei Media presso la stessa. Appassionato di storia dell’arte e letteratura, attualmente tirocinante presso Museo Ottocento Bologna.