Giovanni Romagnoli: la luce e la forma. Gli anni della formazione e del riconoscimento internazionale (1893 – 1926)
Mi piacciono le trine
I veli e le cose
Un poco scolorite dal tempo
Il nudo di giovane donna
I fiori.
E mi piace indugiare in queste preferenze
Proprio oggi nel tempo della pittura
Di violenze e di forza
Nel tempo dell’urlo
Dell’acciaio
Della macchina
Giovanni Romagnoli, Il nudo di giovane donna, pagine di diario, senza data
Giovanni Romagnoli nasce a Faenza il 12 maggio 1893. All’età di 13 anni, giunge a Bologna con un portfolio di disegni che stupì immediatamente la comunità di artisti locale. Contrariamente ai desideri del nonno di seguire le orme del padre al Liceo Musicale, si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove studiò sotto la guida del pittore verista Domenico Ferri (1857-1940) e del pittore e illustratore Augusto Majani (1867-1959), ottenendo la licenza e l’abilitazione all’insegnamento del disegno nel 1911.
Fin dall’inizio, Romagnoli si è distinto non per una rottura stilistica, ma per una ricerca costante di intimità lirica e armonia cromatica. I suoi primi passi nel mondo delle mostre risalgono a poco dopo la laurea. Tra il 1914 e il 1916, partecipa alla II, III e IV mostra della Secessione romana, esponendo rispettivamente Natura morta, Primavera e Donna in vestaglia, insieme ad artisti come Alfredo Protti (1882-1949), Guglielmo Pizzirani (1886-1971), Carlo Corsi (1879-1966) e Garzia Fioresi (1888 – 1968).
Non suscitò, tuttavia, grande interesse essendo considerato il meno radicale tra i suoi colleghi – un’osservazione significativa su un pittore la cui forza risiedeva non nella provocazione, ma in una raffinatezza discreta.

Dopo un altrettanto modesto inizio alla Biennale di Venezia del 1922 con l’opera Dopo il bagno, fece il suo ingresso nella scena internazionale nel 1924, vincendo il secondo premio alla XIII Mostra Internazionale del Carnegie Institute di Pittsburgh, celebrato dalla stampa americana come l’artista più giovane ad aver mai ricevuto questo onore. Lo stesso anno, è chiamato ad esporre un gruppo di diciannove opere alla XIV Biennale di Venezia. Il suo legame con Pittsburgh si rafforzò nel corso dei decenni successivi: insegnò al Carnegie Institute of Technology, fece più volte parte della giuria del Premio Carnegie e, nel 1949, dopo tredici anni di trattative, completò il ritratto a olio di Elena Lucrezia Cornaro Piscopia (1646-1684) per la Sala Italiana della Cattedrale dell’Apprendimento, una delle sue commissioni più memorabili, considerato per molto tempo, per volere dell’artista stesso, un affresco.
In Italia, Romagnoli ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama architettonico e istituzionale bolognese. Decorò il Teatro Verdi nel 1927 (successivamente distrutto dai bombardamenti, durante la Seconda guerra mondiale), eseguì la decorazione ad affresco nel Palazzo del Governo nel 1933 e l’abside della chiesa di S. Maria Maddalena nel 1956, e ha ricoperto due volte la carica di Direttore dell’Accademia di Belle Arti. Il riconoscimento ne è seguito di conseguenza: nel 1936 è stato nominato
membro dell’insigne Accademia di San Luca e vinse il Premio della Reale Accademia d’Italia per la scultura. Nel corso di questi decenni, tuttavia, l’insegnamento è rimasto al centro della sua vocazione – un impegno su cui rifletteva con la sua tipica schiettezza:
Quando in tempi – ormai tanto lontani – ho ottenuto qualche successo artistico non ho mai voluto accettare il consiglio di molti di «non perdere tempo nell’insegnamento» ma di dedicarmi all’arte– Non l’ho mai accettato, e non me ne sono pentito. La scuola mi dava e mi ha dato oltre al guadagno per vivere, il piacere di essere stato utile a qualcuno, il calore di affetti ricambiati generosamente, il piacere di amicizie che durano ancora, la soddisfazione di vedere tanti giovani dall’inizio dei loro studi giungere al successo, all’affermazione che io avevo a loro prevista. [1]
Nel 1965 riceve la medaglia d’oro per i Benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte dal Presidente della Repubblica – un tributo appropriato a una carriera caratterizzata tanto dalla generosità d’animo quanto dai successi artistici.
A chi sapendo del mio lento lavorare mi consiglia di essere più rapido, più sbrigativo, avrei voluto dir loro il pensiero di Ingres: il tempo non perdona alle cose che sono fatte senza di lui. [2]
La pittura di Romagnoli è il risultato di una moltitudine di esperienze, assimilate, meditate e rielaborate, che insieme forgiano la complessa struttura di un’identità artistica profondamente personale. La sua genealogia visiva è insolitamente ricca: ha guardato a Guido Reni (1575-1642) e Guido Cagnacci (1601-1663), passando poi a Giovanni Battista Piazzetta (1682-1754) e Rosalba Carriera (1673-1757), François Boucher (1703-1770) e Jean-Honoré Fragonard (1732-1806), e infine a Pierre-Auguste Renoir (1841-1919), Henri Matisse (1869-1954), Pierre Bonnard (1867-1947) e Armando Spadini (1883-1925). Per quanto riguarda la forma e la scultura, ha attinto a Edgar Degas (1834-1917), Aristide Maillol (1861-1944) e Charles Despiau (1874-1946). Ciò che colpisce non è solo l’ampiezza di questi riferimenti, ma la pazienza con cui li ha sapientemente sintetizzati – senza mai adottare uno stile in blocco, ma assorbendolo e trasformandolo sempre.

La sua formazione artistica coincide con un momento particolarmente fertile nella cultura europea. La Secessione viennese e le Biennali di Venezia offrono una miriade di nuove idee, e Romagnoli si ritrovò coinvolto nell’orbita di un gruppo informale di pittori bolognesi, tra cui Alfredo Protti, Garzia Fioresi, Guglielmo Pizzirani e Carlo Corsi, che si erano riuniti attorno alla Secessione Romana. Senza un programma dichiarato, questo movimento risponde al desiderio comune di liberarsi dai vincoli accademici all’interno dell’arte bolognese, che per lungo tempo era rimasta confinata. Romagnoli rimane particolarmente colpito dalla vivida sensibilità cromatica di Carlo Corsi e, in sintonia con le tendenze europee più generali, rimase affascinato dal virtuosismo coloristico di Pierre Bonnard, con il quale avrebbe poi stretto un’amicizia duratura. I lavori in questa prima fase si distinguono per una superficie pittorica vivace e ricca di materia, che fa risaltare figure e forme con un’intensità quasi bidimensionale.
Poi arrivò il 1918. La guerra era finita e l’Italia era segnata dalla catastrofe, eppure nelle tele di Romagnoli non appariva ancora alcun segno di angoscia. Egli non se ne scusava affatto. Nella sua autobiografia, cita Renoir con evidente simpatia:
Mi rimproverano di dipingere solo soggetti sereni, piacevoli, ma lo so che la vita ha anche aspetti spiacevoli. Ma perché volete che io ne crei altri? [3]

Man mano che l’avanguardia artistica perdeva il suo smalto e in tutta Europa prendeva piede un generale ritorno all’ordine, sempre più artisti cominciavano a guardare alle gloriose tradizioni dell’arte italiana. Il nome di Romagnoli iniziò ad apparire con sempre maggiore frequenza su diverse testate giornalistiche e la sua reputazione, sia in Italia che sulla scena internazionale, crebbe costantemente. I critici individuano affinità con l’opera di Spadini nelle forme modellate dalla luce e in una certa solidità dal sapore seicentesco. Echi dell’impressionismo francese riaffiorano in Toeletta, nella serie di ritratti di ballerine alla maniera di Degas e in scene di vita domestica che richiamano il calore di Renoir. In altre opere, il core evoca la magnificenza dell’arte veneta e del Settecento, filtrata attraverso la tranquilla serenità della vita quotidiana. Al centro di tutto c’era una costante: la celebrazione della figura femminile, resa non solo attraverso la bellezza del corpo, ma anche tramite un’acuta attenzione alla spiritualità, all’espressione del viso e alla postura.

Note
[1] Ruggeri, 1980, p. 103.
[2] Ruggeri, 1980, p. 76
[3] Ingino, 2014, p. 19.
Bibliografia
Ingino, S. (2014). Giovanni Romagnoli: l’eterna giovinezza del colore: 1893-1976. Bologna: Grafiche dell’Artiere.
Romagnoli, G. (1933, gennaio), Sette pitture e una nota autobiografica, in Il Rubicone, Anno 2(1).
Ruggeri, G. (1980). Una bella estate tra memorie e affetti: Giovanni Romagnoli (1893-1976). Bologna: Edizioni Galleria Marescalchi.
Aurora Albano
Studentessa al terzo anno del corso di laurea in DAMS – Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Appassionata di storia dell’arte, nutre un interesse particolare per l’analisi dei linguaggi artistici e per la conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale.