DANTE A BOLOGNA. UN VIAGGIO NEL MEDIOEVO A PARTIRE DALL'IMMAGINARIO DI AUGUSTO MAJANI
Presso la mostra permanente del Museo Ottocento Bologna è conservato il quadro Bologna medievale – Dante di Augusto Majani (1867-1959). In quest’opera, realizzata a matita su carta, l’autore ci offre uno scorcio delle due torri immerse in un’atmosfera medievale molto suggestiva, trasportandoci indietro fino ai tempi di Dante.

Augusto Majani, Bologna medievale – Dante, 1920-26, matita su carta incollata su cartone, 61 x 46 cm
Augusto Majani, all’interno della mostra, è inserito tra i grandi disegnatori che caratterizzano il Fin de siècle, quel ruggente periodo a cavallo tra Otto e Novecento in cui le penne degli artisti traggono ispirazione dai soggetti della nuova società moderna. Tuttavia, Majani, a partire dal 1924, inizia un nuovo capitolo artistico, stimolato non più dalle grandi mostre e dal gusto internazionale, ma dalla semplicità dell’uomo nella sua vita quotidiana. Si concentra dunque sulla rappresentazione di luoghi e personaggi tipici di Bologna, e tra queste opere rientra il già citato disegno Bologna medievale – Dante, che originariamente faceva parte di un dittico insieme a un disegno raffigurante San Bernardo sullo sfondo di Piazza Re Enzo.
Ma perché Majani decide di rappresentare Dante davanti alle due torri? Che rapporto aveva il sommo poeta con la città di Bologna? Per rispondere a queste domande bisogna leggere le pagine delle più importanti opere di Dante, dalla Commedia al De vulgari eloquentia, passando anche per le poesie più sconosciute. Partiamo dall’opera che lo ha reso celebre in tutto il mondo e in ogni tempo, la Commedia, e in particolare addentriamoci nella prima cantica, l’Inferno. Nel canto XVIII Dante si trova nella prima bolgia dell’ottavo cerchio, dove sono puniti i ruffiani e i seduttori. Qui per la prima volta viene fatto un riferimento esplicito a Bologna e ai suoi abitanti:
[…] I’ fui colui che la Ghisolabella / condussi a far la voglia del marchese, / come che suoni la sconcia novella. / E non pur io qui piango bolognese; / anzi n’è questo loco tanto pieno, / che tante lingue non son ora apprese / a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno; / e se di ciò vuoi fede o testimonio, / rècati a mente il nostro avaro seno[1].
A parlare è Venedico Caccianemico, personaggio molto noto nella Bologna del XIII secolo, e che Dante inserisce tra i ruffiani perché, come spiega il bolognese stesso nei versi appena citati, ha indotto per denaro la sorella “Ghisolabella” a intrattenere un rapporto sessuale con il “marchese”, probabilmente Obizzo II d’Este. Aggiunge poi che non è l’unico bolognese a trovarsi in quel posto, ma anzi è talmente pieno di suoi concittadini che non ve ne sono così tanti nemmeno lassù in terra (tra il Savena e il Reno). Dante quindi, in queste righe, parla di Bologna e dei suoi abitanti in maniera molto negativa, accusando l’intera città di ruffianeria. La condanna delle città, già inaugurata con la critica a Firenze (canti VI e XV), continuerà con le accuse a Lucca, città di barattieri e a Pisa e Genova, città di odi feroci.
Dante torna a parlare di Bologna nel canto XXIII, nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio, dove scontano la loro pena gli indovini. Qui l’autore incontra due bolognesi, Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, entrambi appartenuti all’ordine dei Frati Gaudenti, un ordine religioso rifondato a Bologna nel 1260 e il cui scopo era la difesa dall’eresia e la tutela della pace civile, anche attraverso l’uso delle armi. I due frati vengono condannati personalmente per aver portato, con la loro ipocrisia, alla rovina di Firenze; tuttavia l’aver scelto proprio due frati gaudenti come rappresentanti degli ipocriti, sembra suggerire una condanna estesa all’intero ordine, spesso colpevole di tradire la propria immagine ipocrita di portatore di pace. Anche in questo caso, dunque, la città di Bologna viene impiegata come tramite per condannare i suoi abitanti. In ricordo dell’ordine dei frati citato da Dante, in via Arienti 40 è affissa una lapide commemorativa.

Iscrizione commemorativa del convento dei Frati Gaudenti, via Arienti 40, Bologna
Sfogliando le pagine dell’Inferno si arriva infine al canto XXXI; qui Dante e Virgilio si trovano presso il pozzo dei giganti, che apre l’ingresso verso l’ultimo e più terribile cerchio dell’Inferno, il nono. Virgilio ordina dunque a uno dei giganti, Anteo, di sollevarli e poggiarli nella palude di Cocito, nell’ultimo cerchio. Dante descrive il gesto del gigante con queste parole:
Qual pare a riguardar la Carisenda / sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada / sovr’essa sì, ched ella incontro penda: / tal parve Antëo a me che stava a bada / di vederlo chinare, e fu tal ora / ch’i’ avrei voluto ir per altra strada[2].
La Garisenda viene dunque utilizzata come metafora per evocare l’imponenza colossale di Anteo che si china verso Dante e Virgilio. Questo riferimento è interessante perché ci fa capire che probabilmente il sommo poeta era stato a Bologna e conosceva bene le sue imponenti torri. In ricordo di questo passo, sulla parte orientale della Garisenda si può leggere una lapide commemorativa.

Iscrizione commemorativa della citazione dantesca, lato orientale della Garisenda, P.za di Porta Ravegnana, Bologna
Proseguendo tra le opere di Dante, si possono trovare dei riferimenti alla città di Bologna anche nel De vulgari eloquentia, un importantissimo trattato scritto in latino, in cui l’autore analizza la lingua volgare attraverso le varianti regionali diffuse in tutta Italia. In un passo dell’opera Dante sottolinea con stupore la differenza che sussiste tra il volgare parlato in via San Felice e quello in Strada Maggiore:
[…] et quare vicinius habitantes adhuc discrepant in loquendo […] et quod mirabilius est, sub eadem civitate morantes, ut Bononienses Burgi sancti Felicis et Bononienses Strate Maioris[3].
In ricordo di questo passo, anche sulla parete di Porta Maggiore è presente una lapide.

Iscrizione commemorativa del De vulgari eloquentia, Porta Maggiore, Bologna
Infine, il viaggio tra le pagine della Bologna dantesca si chiude con i versi di un sonetto, trascritto nel 1287 dal notaio Enrichetto delle Querce nei Memoriali bolognesi (registri del Comune in cui i notai dovevano riportare tutti gli atti notarili dell’anno, e in cui talvolta venivano trascritti testi letterari per evitare di lasciare spazi vuoti). Il sonetto è stato attribuito a Dante, che all’epoca della composizione aveva circa 22 anni, e racconta la delusione dell’autore che rimprovera i suoi occhi per essersi concentrati sulla visione della Garisenda, senza riconoscere la torre più maestosa delle due, la Torre degli Asinelli.
No me poriano zamay far emenda
de lor gran fallo gl’ocli mey, set illi
non s’acechasero, poy la Garisenda
torre miraro cum li sguardi belli,
e non conover quella (ma lor prenda!)
ch’è la maçor dela qual se favelli:
perzò zascum de lor voy che m’intenda
che zamay pace no y farò con elli;
poy tanto furo, che zò che sentire
dovean a raxon senza veduta,
non conover vedendo, unde dolenti
sun li mey spiriti per lor falire;
e dico ben, se ‘l voler no me muta,
ch’eo stesso gl’ocidrò qui scanosenti.
Parafrasi: I miei occhi non mi potrebbero mai chiedere scusa del loro gran peccato, a meno che non s’accecassero, poiché guardarono la torre della Garisenda con i risguardi belli e non riconobbero quella che è la maggiore della quale si parla: per questo voglio che ciascuno degli occhi capisca che non farò mai pace con loro; poiché furono capaci di tanto che ciò che dovevano presentire giustamente senza vedere, non riconobbero vedendo; perciò i miei spiriti sono dolenti per colpa degli occhi, e dico bene, se il mio giudizio non cambia, che io stesso condannerò a morte questi villani.
Questa breve poesia sembra rappresentare una testimonianza ancora più evidente della presenza di Dante a Bologna. Nonostante la mancanza di una prova concreta, sono moltissimi, oltre ai testi già citati, gli indizi che hanno portato gli studiosi ad associare la figura di Dante al capoluogo emiliano. Innanzitutto è attestata la presenza di alcuni Alighieri, parenti di Dante, nella città di Bologna per ragioni commerciali, fin dal XIII secolo. Inoltre non bisogna dimenticare il ruolo che esercitava l’Università di Bologna ai tempi della giovinezza del poeta: l’Alma Mater era infatti un punto di riferimento per l’insegnamento della grammatica e della retorica civile e giudiziaria. Qui Dante potrebbe aver conosciuto compagni di studio come Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, protagonisti del celebre sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io. Bologna era poi una città multiculturale e stimolante, in cui circolavano sia romanzi del ciclo arturiano sia le ultime innovazioni aristoteliche provenienti da Parigi, e in cui il latino della tradizione si intrecciava e interagiva con i volgari locali. Dopo l’esilio del 1302, Bologna diventa una delle città di riferimento per i peregrinaggi danteschi. Nel 1303, infatti, il capoluogo emiliano offre ospitalità ai guelfi bianchi espulsi da Firenze, tra cui probabilmente lo stesso Dante. L’alternanza di governi, tuttavia, porterà il poeta ad allontanarsi più volte dalla città e preferire la protezione offerta da Guido Novello da Polenta, a Ravenna. Nel 1306, per esempio, a Bologna si era imposta la fazione più radicale dei guelfi; questo aveva spinto il poeta ad accomunare Bologna alla città natale, in quanto luogo macchiato dalla corruzione politica e morale. Per questo motivo, nei passi dell’Inferno visti in precedenza, i bolognesi sono spesso oggetto di condanna.
Ma come doveva apparire una città viva come Bologna agli occhi di Dante, nel Medioevo? Il disegno di Augusto Majani, realizzato negli anni ’20 del Novecento, rappresenta solamente una suggestione dell’autore, non una fotografia di come doveva apparire la vista delle due torri all’epoca del poeta. Per cercare, invece, una versione più realistica bisogna tornare indietro nel tempo, al 1411. A questa data risale una miniatura contenuta nella Matricola dei Drappieri (un registro su cui venivano segnati i nomi degli operatori commerciali appartenenti a una stessa corporazione, in questo caso quella dei drappieri) e conservata al Museo Civico Medievale di Bologna.

Anonimo, Mercato di Piazza di Porta Ravegnana, 1411, miniatura, Museo Civico Medievale di Bologna
Si tratta forse di una delle più antiche rappresentazioni della vita cittadina bolognese. La Società dei Drappieri, a partire dal 1288 (all’epoca Dante aveva 23 anni), teneva il proprio mercato presso la piazza di Porta Ravegnana, sotto le due torri. La miniatura rievoca con estrema vivacità uno di questi mercati, rappresentando quelle che erano le varie attività di pertinenza dei drappieri: la vendita di tessuti, la cucitura di vestiti su misura, il trasporto di merci come mobili e tegami. È interessante osservare, nella parte alta della miniatura, la cappellina che nel 1159 era stata eretta per racchiudere la croce miracolosa degli apostoli e degli evangelisti e che oggi si può osservare presso la basilica di San Petronio. È dunque così che doveva apparire, agli occhi del giovane Dante, la piazza sottostante alle due torri, nella sua vivace atmosfera medievale.
Ma il rapporto che lega il sommo poeta alla città di Bologna non si esaurisce con la sua morte nel 1321, ma trascende il tempo e giunge fino ai nostri tempi. Il 31 luglio 1981, il celebre attore di teatro Carmelo Bene (1937-2002) recitò dal terrazzo della Torre degli Asinelli alcuni canti della Commedia, per ricordare i caduti della strage che aveva colpito Bologna un anno prima, il 2 agosto 1980. Le sue parole conclusive infatti furono: “Dedico questa serata, da ferito a morte, non ai morti, ma ai feriti dell’orrenda strage”.

Lectura Dantis di Carmelo Bene, 31 luglio 1981, Torre degli Asinelli
L’evento fu storico e irripetibile: lungo tutta via Rizzoli si accalcarono oltre centomila persone. Tuttavia la Lectura Dantis di Bene fu al centro di polemiche ancora prima di avere luogo; infatti diverse forze politiche temevano una lettura strumentalizzata dei canti della Commedia, nel fragile contesto sociale e politico che caratterizzava l’Italia degli anni di piombo. A causa di queste controversie, la Rai rifiutò la ripresa televisiva. Negli anni successivi l’evento sarà ricordato con grande entusiasmo e saranno recuperate alcune rare riprese amatoriali. È questa dunque la dimostrazione di come Dante, nonostante i secoli trascorsi, possa ancora parlare al nostro presente e alla nostra città.
Note
[1] Dante Alighieri, Commedia, a cura di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Zanichelli, Bologna, 1999, Inferno XVIII, vv. 55-63
[2] Dante Alighieri, Commedia, a cura di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Zanichelli, Bologna, 1999, Inferno XXXI, vv. 136-141
[3] […] e perché ancora discordi nel parlare gente che abita più vicina […] ciò che è ancora più stupefacente, gente che vive sotto una stessa organizzazione cittadina, come i Bolognesi di Borgo San Felice e i Bolognesi di Strada Maggiore.
Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, a cura di Pio Rajna, Le Monnier, Firenze, 1897, I, IX.
Bibliografia
- Francesca Sinigaglia, Augusto Majani. La potenza dell’idea (1867 – 1959), Associazione Bologna per le Arti, Bologna, 2021.
- Francesca Sinigaglia, Museo Ottocento Bologna. Guida al Museo, Pendragon, Bologna, 2023.
- Dante Alighieri, Commedia, a cura di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Zanichelli, Bologna, 1999.
- Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, a cura di Pio Rajna, Le Monnier, Firenze, 1897.
Sitografia
- https://share.google/eyuGiBVlTjF8dRzBh
- https://archiviodistatobologna.it/attivita/il-gioioso-ritornare-dante-a-bologna-nei-750-anni-dalla-nascita/sezione-3-la-fortuna-di-dante/
- https://archiviodistatobologna.it/attivita/il-gioioso-ritornare-dante-a-bologna-nei-750-anni-dalla-nascita/sezione-1-la-bologna-di-dante/
- https://www.unibo.it/it/news/bacheca/dante-e-bologna-un-bilancio-del-centenario-dantesco
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- https://www.bibliotecasalaborsa.it/bolognaonline/cronologia-di-bologna/1981/carmelo_bene_recita_dante_dalla_torre_asinelli
Cecilia Santopadre
Laureanda alla Triennale di Lettere Moderne presso l’Università di Bologna. Appassionata di arte, storia e letteratura.