Gli amori di Napoleone
ovvero lo chat botté di Versailles
Le storielle d’amore, le piccole avventure dongiovannesche dei grandi uomini sono il tema preferito di molti libri che da alcuni anni si vengono pubblicando con crescente e stupefacente abbondanza: Castellar ci ha narrato della di Bayron con una tenerezza poetica raffinatissima e delicatissima, il Kapp, recentemente, gli amori di Wagner, il Petrucci ha pubblicate le più salienti lettere amorose di Beethoven, e via, via sino a Mazzini, a Garibaldi, Napoleone ecc. Quest’ultimo ha, poi, inspirata una ciclopica letteratura minuziosa, varia, indiscreta, che ha tutto ricercato, tutto rivelato, o presunto di rivelare, con insistenza, con rabbia. È stato discusso, difeso, accusato, esaltato da nemici, da ammiratori, da contemporanei e da posteri, da amanti e da cortigiane, da ufficiali e da rivali, in tutte le sue debolezze, nei suoi pettegolezzi domestici, nelle sue miserie, nelle sue stranezze.
Napoleone come ogni attore modesto di questa nostra comica quotidiana ha avuto la sua doppia faccia di Giano: quella per il pubblico che lo temeva, lo idolatrava, lo osannava, quella per la famiglia che lo rappresentava con tutte le incoerenze, con le abitudini dell’umanità mediocre, senza slanci, senza raffinatezze, senza preoccupazioni.
Innanzi alla folla ha dovuto mentire per necessità, per orgoglio, per convenienza, cosciente o no, adottare il protocollo della corte Borbonica, nella famiglia ha subito il dominio dei suoi bisogni, della sua fragilità umana; sul trono e nell’ora del trionfo il generale, il primo console, l’imperatore, il gigante, di granito senza smussature e deformità, in casa l’anima inquieta, insoddisfatta, incostante.
Alcuni suoi aforismi sull’amore sono la riprova convincente:
L’amore è l’occupazione del pigro, la distrazione del guerriero, la rocca del sovrano ».
« L’amore è semplicemente una sciocca infatuazione ».
« Io ho da pensare a tutt’altro che all’amore ».
« Io non ho conquistato soltanto paesi ma cuori ».
« Tutte le donne del mondo non mi farebbero perdere un’ora ».
« Nella legge civile adulterio è una funesta parola; nella vita reale è un tratto di galanteria, un episodio da ballo in maschera ».
Di questa irriducibile incoerenza, più che ipocrisia, il torto non è tutto di Napoleone ma delle donne. Nella vita coniugale subì presso a poco la sorte di Molière sia con la prima moglie, l’affascinante ed infedele Giuseppina di Beauharnais, che incontrò e conobbe in casa di Madama Tallen, sia con la seconda, Maria Luisa d’Austria, pura, mediocre, insensibile.


Come amante fu autocrate, incostante, … per ragioni di stato.
Dalla prima sera di matrimonio, in cui un cane, mordendolo, gli dava il saluto augurale della dea Imene, fino al suo esilio a S. Elena, egli dovette soffrire le più strane delusioni maritali.
Strane perché non mancò di ricambiarle con la stessa moneta ma con più raffinata e sentimentale ipocrisia.
Napoleone fu innamorato di professione, con tutti gl’incerti del mestiere, un po’ egoista, frivolo, abile, previggente, raffinato, mite, deciso, ed un buon gustaio di adulteri, con tutte le risorse, ed i raggiri necessari per il buon successo. Tighe Hopkins (Napoleone con le donne) ce ne fa una storia dettagliatissima. A diciotto anni, inesperto e collegiale, s’innamora, più che De Quincey e Re Enzo, di una passeggiatrice dei marciapiedi del Palais Royal, ed inizia il suo primo idillio di un’ ora, nell’ Hotel di Chelbourg dove alloggiava e pranzava a sei soldi al piatto. Era ancora inesperto, sentimentale, quasi puro, e la sua seconda avventura, il suo secondo idillio con Carolina Colombia, ch’egli sperava di sposare, nasce e muore in un mattino di primavera su di un albero di ciliege. Riunita a Parigi tutta la sua famiglia, Napoleone incomincia a sentire il bisogno di una moglie e la ricerca affannosamente. Povero, sparuto, pallido, lacero, ignoto, s’innamora di Desiderata Clary, sorella minore di Giulia sposata a Giuseppe Bonaparte, che egli abbandona senza uno strappo violento, senza convinzione, ma per indolenza, per stanchezza, proponendo subito dopo alla vedova Permont di quarantacinque anni, il matrimonio che fu respinto. Promosso generale, ma sempre povero e lacero come tutti i soldati della Rivoluzione francese, Napoleone s’incontrò in casa di Madama Tallen, con Giuseppina rimasta vedova del generale Beauharnais, e madre di due figli. Se ne innamora, la sposa senza sfarzo, senza informare la famiglia, senza risorse che il proprio stipendio ed i suoi sogni, senza essere amato, senza essere stimato, senza corredo che il suo mantello e la sua spada. « Sposare un generale che non ha altro che il mantello e la spada. Abita in una specie di tana o stamberga, non è vero? – domandava il notaio Maitre Raquideu a Giuseppina – Un piccolo generale senza nome e senza avvenire, sotto i piedi di tutti i generali della Repubblica. Fareste meglio a sposare un fornitore ».

« Il matrimonio somigliò un po’ ad una fuga» commenta l’Hopkins.
E da questo momento comincia ufficialmente la vita amorosa di Bonaparte, di marito innamorato pazzamente di sua moglie, (che è il colmo) e non amato, di amante insoddisfatto e infedele, di adulterio impenitente, e la politica mascherò abilmente ciò che in fondo era la fragilità psichica del dominatore.
Giuseppina non lo amò mai, e non lo stimò mai eccessivamente. Si era unita a lui per bisogno, quando uscita dalle carceri, sfuggita alla morte, dilapidate le sue ricchezze, si trovò sola e povera al mondo, con due figli a cui provvedere. S’incontrò col generale e lo credette un partito conveniente, un matrimonio copriscandalo e divenne sua moglie.
Napoleone invece l’amò pazzamente fino all’esasperazione, alla puerilità, al ridicolo, di un amore strano tra il platonico ed il sensuale, indefinibile, inafferrabile. Nelle ore di solitudine, nella febbre dell’attesa, nei pericoli della guerra, nell’ebrezza del trionfo, e dall’Egitto all’Italia, a lei che era rimasta in Francia, Napoleone scrisse lettere infiammate, riboccanti di amore, che la buona metà non leggeva, o desiderava, graziosamente, senza un sol rigo di risposta.
Giuseppina fu anima mediocre, se non corrotta certamente insensibile e vuota, ambiziosa fino al delirio, dissipatrice per frenesia di prodigalità, di emozioni che seppe dominare, e piegare ai suoi piedi l’uomo che terrorizzava tutta l’Europa, che seppe avvilirlo con poche lagrimucce a tempo opportuno.
Furono simili però nella fedeltà coniugale e solo l’amore e la stima reciproca li distinse: Napoleone in Egitto conobbe ed amò con lo stesso ardore della sua luna di miele, con la stessa tenerezza prodigata a Giuseppina, Paolina Fourés, la «regina d’Oriente », moglie di un suo ufficiale che, con la complicità di Berthier, riuscì a mettere fuori combattimento inviandolo come messo di dispacci antiquati, al Direttorio. Napoleone conquistò Paolina, facendole cader una tazza di caffè sulla veste, e dimostrandosene vivamente addolorato.
Un mese dopo il generale ritornava in Francia incontro a Giuseppina, e la bella Egiziana assillata dalla gelosia del marito lo raggiungeva a Parigi, ove il Primo Console, per ragioni di politica, non poteva più esserle l’amante delle belle notti lunari e degl’idilli all’ombra delle Piramidi. Intanto Giuseppina faceva debiti su debiti e inteneriva il cuore del marito con le lagrime, i rossori, le carezze della destra mentre la sinistra sottoponeva al suo occhio di aquila il conto dei fornitori che l’eroe rassegnato saldava. Frivola, sciocca, ambiziosa, forse stupidamente, in un sol mese si fece fornire trecento cappelli, ed acquistò una collana per duecentocinquamila lire, un bulbo di tulipano che costava quattromila lire per la sola voluttà di un prezzo favoloso. In Italia, a Milano, marito e moglie, trovarono la loro avventura: lui con Giuseppina Grassini, la cantante della scala, lei con Ippolito Charles, un ufficiale che, poi destituito, fu per opera della amante nominato fornitore dell’armata francese. A Parigi Madama la generale continuò la sua avventura, senza riguardo, senza cautele, senza ritegno. Il ritorno di Napoleone, già informato dell’accaduto, aizzato dalle sorelle e dalla madre che odiarono sempre la creola, segnò il crollo di Giuseppina. Avvenne una scenata, pianti, disprezzi, intercessioni, la vita coniugale incominciò ma senza interesse, senza affetto, senza vita: Ora è la moglie che è innamorata per gelosia, per disperazione del marito, che ancora le vuol bene ma che non sa accontentarsi di lei, che non è stanco, non è sazio, ma che è amante di buone avventure, di amori brevi. Di piccole marachelle, di languide tenerezze, di romanzetti notturni fatti di poesia, di languore di bontà, di commozione, di sensualità fine ed invadente, in quella stanza di Saint-Cloud, accanto alla quale Constant, il fido valletto e complice involontario, vegliò tante notti in attesa dell’alba e per condurre dopo l’idillio le belle, velate, per questa o quella porta, segreta. Le conquiste non si contarono più, le designate si accovacciavano compunte, commosse, ritrose ma indulgenti, sotto le grandi ali dell’aquila. La strana psicologia femminina non ha misteri, non ha resistenza, non fa insorgere e difendersi dall’imperatore che le circuisce e le ghermisce con la mano candida e delicata, e con un sorriso di infinita tenerezza sulle labbra non sa rinunziare a quella strana ebrezza di veder chinare dolcemente, il terror d’Europa, sul suo seno, vuole gustare la voluttà di quest’enorme gigante che si mansisce, che si curva, che carezza come un bambino, ed egli che lo sa non nega questa gioia strana, questa fragile felicità, e vuole essere giusto, generoso, con tutti, non ha preferenze, non ha simpatie limitate. Giorgina la mite, la buona Giorgina, l’attrice della Comédie-Française, lo definisce infantile, gentile, riguardoso, affettuoso, e la prima sera dell’incontro lo trovò nascosto sotto i guanciali del letto per farle una sorpresa. Sono poche notti d’amore sono poche battute di una commedia, e poi la protagonista si rinnova, Napoleone s’innamora di Giulia Récamier, che gli resiste, perché sposa ad un vecchio marito impotente, che essa non ama, ma rispetta per pietà.
È la sola figura di donna che in questa ridda di amanti, di passioni, di stranezze, ha un fascino delicato, una bellezza tutta propria, una tenerezza verginale che esalta. Ma è sostituita da Maria Walewska, la vittima per amore di patria, anch’essa sposa di un vecchio marito. Da questo amore nasce un figlio, Alessandro Colonna.
Le migliori vittorie d’amore di Napoleone furono in gran parte fra queste strane demi-viergies, sulle quali il fascino della grandezza segnò un’impronta più profonda e più indelebile.
Con la Walewska l’amore continuò anche dopo il divorzio da Giuseppina, per ragioni di stato e durante il matrimonio con Maria Luisa. La seconda moglie di Napoleone non fu diversa, almeno nella prima parte della vita coniugale e della seconda. Odiò quest’uomo che rappresentava tutta la Rivoluzione, e che le fu imposto per convenienza politica, non amò, non soffrì, non seppe odiare, passò come una folata gelida di vento nella reggia delle Tuillieres e disprezzò, del disprezzo dei vili, tutto ciò che le venne dalla Francia, persino suo figlio, l’Aiglon che non volle e non seppe alle mene ed agli intrighi del Metternich.



Ed anche Maria Luisa fu amata ardentemente, e forse più teneramente di Giuseppina, da Napoleone, d’un amore virile, ma delicato, voluttuoso, riverente: S’inchinò a lei che era madre del suo erede legittimo, del piccolo aquilotto che per il mondo doveva portare trionfanti le insegne paterne, e pianse, inorridì, fuggì, quando i medici dovettero lacerarle e addolorarle le carni per salvare il bambino, e soprattutto lei. Cos’aveva voluto e comandato l’Imperatore.

« Pensate all’Imperatrice ».
Vinto ed esiliato all’Elba, Napoleone, Maria Luisa ritornò figlia devota e servile dell’Imperatore d’Austria; vinto a Waterloo e relegato a S. Elena, la Imperatrice di tutta l’Europa, rientrò nella casa paterna, nella vecchia clausura, che le aveva attorpidita, sfinita, avvizzita l’anima, arciduchessa di un impero benedetto da Dio, testimone di una follia dileguata, di un trionfo svanito nell’ombra, miseramente.
In una sera lunare di settembre, si vide approdare all’Isola d’Elba una macchina. Il maresciallo Bertrand, aiutò a discendere una donna velata che conduceva a mano un bambino e la accompagnò al palazzo dell’imperatore. Per due giorni Napoleone non fu visto che una volta sola per impartire ordini. Poi la donna, dopo due giorni si allontanò. La folle disse « È stata molto gentile Maria Luisa venendo a trovare l’imperatore ». Maria Luisa era ben lontana dall’Isola, ed il suo pensiero da Napoleone! Gli storici dicono che la misteriosa visitatrice fu Maria Walewska.

Napoleone non aveva avuto intorno a sé e contro di sé una Diana de Poitiers di Enrico II, né i contrasti e le rivalità della Montespan e de La Vallière, né il mistero e l’insidia di una Maintenon, né i deliri di una Marianna d’Alcanforada, l’ardore di una Sofia e la tenacia di un’Eloisa, o le tante Du-barry e Pompadour, le Caterine Lambs, le Guicciardini, le Marie dei poeti, ma sole effemeridi di sensualità, vampate di passione, esaltazioni sentimentali, guizzi di ambizione, vaganti qui e là in quell’alta borghesia nobilizzata e provinciale, intellettuale e pettegola fra l’aristocrazia dispersa dal terrore, tollerata, prima, accolta, dopo, riverita infine nella Corte Imperiale e che a mano riprese il suo dominio, ricostruitasi fra le orge del terrore, dei bals à la victime, e fra gli entusiasmi dell’istrionico patriottismo della Montausier, divenuta poi stella di saloni intellettuali, e alla quale la maldicenza di Barras aggiudicò un romanzetto, uno di quei primi approcci matrimoniali, di Napoleone. Quell’alta società alla Montrigneuse senza le rivincite di Vautrin, sentimentale, mediocre, pretenziosa, avventuriera, trafficante qualche volta di matrimoni a scartamento ridotto, senza impeti, senza entusiasmi, senza fede. E nessuna fu l’Eloisa della epopea napoleonica, nessuna fu « l’amante in titolo », nessuna ha raggiunto una celebrità in disonore, donne che amarono, che seppero amare, qualche volta tenacemente, conquistate a confetti, a sorrisi, a moine, a risposte brusche; i fuochi fatui sul cammino di quest’uomo che fu detto fatale, che per un attimo schiarirono l’ombra dietro il suo passaggio di vittoria, di potenza, di strage, di gloria e che poi dileguarono languidamente, tristemente, senza un ultimo guizzo disperato, senza una bestemmia e senza un lamento.
Napoleone rimase in fondo lo Chat botté di Versaille, e tutte le sue conquiste non furono diverse da quell’idillio di una mattina di primavera nato e morto su di un albero di ciliegie. L’epilogo fu quello di bohemien. A S. Elena fu solo, non amò, non seppe, non poté amare, si sentiva soffocare in quella gabbia di Longwood, le sue ali d’aquila si rattrappivano nell’inerzia, il suo ingegno si dissolveva nel parossismo dei ricordi, nello strazio dell’ironia, la sua anima si esasperava alle pedanterie, alle sevizie di Hudson Lowe, il carceriere nefasto, nei pettegolezzi dei compagni d’esilio, nella nostalgia della terra lontana, del passato, nell’insidia del clima, nei tormenti del malore che lo invadeva giorno a giorno sempre più rabbiosamente, nel delirio di sé stesso. Pensò solo alla sua memoria, a qualche cavalcata, ai suoi fiori, e per credersi ancora il padrone del mondo, diventò bambino, con Betsy Belcombe, mite, ingenuo, indulgente, paziente, come un fratellino di latte; confidenziale, intimo, e di una tenerezza morbosa, con madama Bertrand e Montholon che si disputarono le grazie dell’imperatore punzecchiandosi a colpi di spillo, a insinuazioni velate di maldicenza. Non la gelosia, diventata poi rivalità decisiva e incondizionata, di madama di Stail, stirpe di banchiere fu il piccolo tarlo inesorabile della vita di Napoleone.
Verso gli ultimi mesi anche questo scarso confronto svanì, Betty, la sua maestrina d’inglese mai imparato dallo strano discepolo, tornò in Inghilterra, la contessa di Montholon, in Francia, e Napoleone si accorse di esser diventato la bestia rara alla stupefazione invincibile degli abitanti dell’Isola e di dover morire. E nelle sue ultime ore, come in tutto l’esilio il suo pensiero invocò sua madre, « madama mère » rimasta in Francia fra la gente che l’odiava e temeva di amarla, i suoi fratelli, sorelle, non conobbe il tradimento di Murat, le invocazioni di Paolina, sua sorella e della buona Giorgina all’Inghilterra per poter confortare ed allievare le pene del grande prigioniero. Volle riappacificarsi con Lowe, e tutto dimenticare, tutto perdonare per sentirsi in quell’ora di strazio fratello a tutto il mondo, per non sentirsi solo, per non temere della morte. Al suo letto rimase madama Bertrand, la sola di quel gruppo femminile di S. Elena, « che guardò la faccia calma prima che le dita della dissoluzione vi cancellassero ogni lineamento eroico, l’unica donna in presenza dell’eroe senza vita ».

Ed aveva tanto amato e tanto era stato amato! Nell’agonia egli sentì intorno a sé l’esercito, agghiacciò di terrore e di morte senza che una carezza lo rasserenasse, senza che un cuore di donna lo illudesse e lo confortasse d’amore!
Non poteva e non doveva essere che così, solamente così…!
Da NAPOLEONE CON LE DONNE, SPIGOLATURE STORICHE, IL MATTINO, 6-7 febbraio 1914, Roma, gennaio 1914.