RAPPRESENTARE L'ANTICO: UN CONFRONTO TRA BAZZANI, SAVINI E FABBI
Nella seconda metà dell’Ottocento l’archeologia diventa protagonista indiscussa della pittura, grazie soprattutto a un’intensa e fruttuosa stagione di scavi inaugurata da Giuseppe Fiorelli, che promuove la liberalizzazione della ricerca scientifica. Già dal 1748, la riscoperta di Pompei aveva rinnovato l’interesse per la cultura classica, ma la circolazione delle illustrazioni grafiche dei siti vesuviani costituisce una fonte d’ispirazione senza precedenti. Su esempio degli intellettuali europei, partecipanti del Grand Tour, anche i maestri bolognesi di metà e fine secolo tentano di restituire una lettura dell’antico, talvolta visibilmente personale o rivisitata.
Tra i grandi esponenti del filone neopompeiano bolognese citiamo Alfonso Savini (1836-1908) e Luigi Bazzani (1836-1927) che, su suggestione della serie di pubblicazioni intitolata Le case e i monumenti di Pompei disegnati e descritti datate al 1854, elaborano ipotetiche scene di vita quotidiana del mondo romano alternate a vedute di stampo più documentaristico. Più tardi, a seguito del suo viaggio in Egitto, Fabio Fabbi (1861-1945) sarà invece portavoce principale di un orientalismo estremamente edulcorato.
Luigi Bazzani (1836-1927)

Nato a Bologna nel 1836, è uno dei primi a godere del privilegio di visitare personalmente Pompei. Da questo viaggio scaturisce una vastissima produzione, per anni sottovalutata dalla critica, ma attualmente strumento di studio fondamentale per gli archeologi.
Inizialmente è stimolato dalla possibilità di sfruttare la visita sul campo per sviluppare vere e proprie divagazioni storiche, fondate sulla creazione di narrazioni quotidiane, ambientate nell’antica città romana. Tuttavia, dopo una frequentazione assidua delle rovine, l’interesse di Bazzani vira gradualmente verso la riproduzione delle vie desolate e sugli ambienti domestici, in primis gli atri e i larari. È in questo contesto che si collocano le cosiddette “vedute”, tra cui la celebre opera intitolata Il Foro a Pompei (Fig. 1): il cuore pulsante della città è descritto con una minuziosità quasi scientifica, che esalta la maestosità dell’architettura sopravvissuta al disastro del 79 d.C. È inoltre una fonte di inestimabile valore per gli studiosi del settore, poiché testimonia quello che era lo stato di conservazione del sito archeologico a fine Ottocento.
È impossibile non citare la particolare dedizione dell’artista per l’intensivo studio della Casa dei Vettii, di cui realizza una serie di acquerelli, con l’intento di registrare lo straordinario stato di conservazione delle decorazioni a fresco. Questo esempio evidenzia come la sua vena documentaristica si sia rivelata decisiva per la ricostruzione di contesti che, a distanza di un secolo e mezzo, non sono più sfortunatamente visibili.
Alfonso Savini (1836-1908)


Coetaneo di Bazzani, durante i suoi anni di studio presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna si specializza nella pittura storica. Se la sua prima produzione incarna il pieno spirito risorgimentale di metà secolo, dal 1869 inaugura una stagione in pieno stile neopompeiano.
Nelle opere di Savini, Pompei diventa lo sfondo di una vicenda privata e tragica: alla vigilia dell’eruzione, si narra per “fotogrammi” la storia dei due amanti Glauco e Jone, aiutati dalla giovane schiava non vedente Nydia, da sempre innamorata segretamente del suo padrone. La fine tragica di quest’ultima, che in Ultimi giorni a Pompei (Fig. 2) si getta dalla barca poco prima di giungere in salvo perché consapevole di non essere ricambiata, è l’emblema di come l’artista anteponga l’emozione umana al documentarismo storico; amore, amicizia e sentimenti non ricambiati sono il centro dell’opera, arricchiti da una tavolozza brillante e toni intimi. Questa delicatezza espressiva è pienamente riassunta in Figura pompeiana (Fig. 3), nuova acquisizione del Museo Ottocento di Bologna.
Fabio Fabbi (1861-1945)

Dopo una gioventù vissuta a Firenze, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti, nel 1886 raggiunge il fratello Alberto ad Alessandria d’Egitto. Questo viaggio è puntualmente documentato in una serie di taccuini e fotografie, conservate presso il Museo Ottocento di Bologna, segno di un’iniziale volontà di registrare in modo asettico ogni dettaglio dei luoghi visitati. La riproduzione della sfinge è, ancora una volta, un documento prezioso che ne testimonia lo stato di conservazione in un preciso momento, ovvero il “21 agosto 1886”.
Tuttavia, è soprattutto dopo il suo rientro in Italia che le sue opere prendono vita. Il risultato è una totale adesione all’ondata orientalistica di fine Ottocento, fondata sulla rappresentazione di un mondo esotico profondamente idealizzato, abitato da figure sensuali che guardano l’osservatore con malizia; ne è un chiaro esempio La favorita dell’harem (Fig. 4). Non a caso, Fabbi verrà successivamente definito “Ultimo degli Orientalisti”.
Da questo breve confronto possiamo cogliere come la rappresentazione dell’antico non risponda a un modello unitario. Nell’ampio quadro della pittura bolognese ottocentesca, in effetti, l’antichità è costante oggetto di reinterpretazioni poetiche, spesso fortemente suggestive, che si alternano a casi di pura fedeltà al dato archeologico.
Bibliografia
- Scagliarini Daniela, Coralini Antonella, Helg Riccardo (a cura di), DAVVERO! La Pompei di fine ‘800 nella pittura di Luigi Bazzani, Grafiche dell’Artiere, Bentivoglio (BO), 2013.
- Sinigaglia Francesca, Ilaria Chia (a cura di), Dinastia Savini, catalogo della mostra a Museo Ottocento Bologna, Bologna, 18 ottobre 2024 – 3 marzo 2025, Museo Ottocento Bologna, 2024.
- Sinigaglia Francesca, Al cuor non si comanda: Fabio Fabbi in Oriente (1861–1945), in “L’Archiginnasio–Bollettino della Biblioteca Comunale di Bologna”, 2022.
Sitografia
Valentina Vicini
Laureata in Scienze Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Milano. Attualmente al secondo anno del corso di laurea magistrale in Archeologia e Culture del Mondo antico, presso l’Università di Bologna.