Dipingere con la camicia di forza
Non si può chiedere conto ad un uomo della propria follia
Michail Bulgakov (1891-1940), Il maestro e Margherita.
In questo amaro verso Bulgakov mette in luce tutte le contraddizioni del sistema della sanità di un regime totalitario come quello sovietico. Dove venivano internati spesso soggetti deviati socialmente più che clinicamente, e dove il concetto di devianza era completamente arbitrario, ed il regime se ne serviva per mettere a tacere oppositori politici. A molti chilometri dalla Mosca di Bulgakov ma sempre negli stessi anni e nello stesso clima poliziesco ed autoritario, fu internato a Villa Baruzziana nel 1929 Flavio Bertelli (1865-1941).

Nel dipinto l’unico soggetto presente al centro è completamente sovrastato dalla natura come in un film di Figueroa, la cosa risulta particolarmente evocativa se si ripercorre la biografia dell’artista.
Flavio bertelli nasce nel 1865 a Bologna, nel 1888 esordisce all’esposizione per l’ottavo anniversario dell’università di Bologna.
Negli stessi anni cade in rovina per via del fallimento del mulino di famiglia, da quel momento Flavio vive anni difficili, egli continuò a dipingere in condizione di povertà, negli anni Venti e Trenta vive una forte depressione per la quale venne rinchiuso a Villa Baruzziana, un istituto psichiatrico privato.
Negli anni Venti la situazione dei manicomi italiani è tutto fuorché idilliaca, gli istituti sono visti dal regime come case d’internamento più che di cura, spesso i ricoveri sono coatti ed arbitrari.

Mania politica,schizofrenia, paranoia, isterismo, distimia, depressione. Sono queste le diagnosi che compaiono nei documenti di polizia o nelle cartelle cliniche intestate agli oppositori politici, Matteo Petracci, I matti del duce.
In un caso particolare ad Ancona:
Il soggetto manifesta idee di riforma politica con catetere di esaltazione e sistematizzazione delirante (1).
In questo contesto culturale verrà internato a Villa Baruzziana Flavio Bertelli. Dai documenti non risulta che ebbe conflitti diretti con la dittatura nonostante la sua arte intimistica cozzasse completamente con l’idea estetica di regime di un’Italia forte, virile e ordinata.
Il dipinto qui presentato Riflesso è un’opera contemplativa completamente slegata dalla propaganda fascista, non ci sono mai nella pittura di Flavio Bertelli richiami alla patria, all’identità nazionale. All’idea di forza e ordine è contrapposta una visione introspettiva, in cui l’uomo non è protagonista di nulla, ma è solo una componente effimera e minuscola rispetto all’immensità della natura.
L’internamento di Flavio Bertelli fu clinico, dovuto a problemi economici, familiari e sentimentali. Villa Baruzziana all’epoca era un istituto privato, il ricovero poteva avvenire anche su richiesta dei familiari.
L’ideologia fascista dell’epoca impregnata dell’ideale dell’uomo forte e ardito, vedeva nella fragilità emotiva e mentale un difetto. Così tutte le vicende di Flavio Bertelli lo alienarono socialmente ed artisticamente.
Dunque, la poetica, l’estetica e la vita di Flavio Bertelli erano anacronistiche ed in contrasto con le linee del regime. Da un lato il suo sfuggire alla retorica dell’eroe dal cuore impavido, e dall’altro il suo temperamento introspettivo e fragile lo relegarono ai margini di una società che si raccontava con meno coraggio,che parlava solo della propria forza e mai della propria debolezza, che non aveva mai lo slancio di mettersi sotto esame.
Credo che, visto sotto questa luce, dal dipinto Riflesso di cui sono già stati trattati i temi di solitudine e smarrimento, venga fuori il lato coraggioso di Bertelli, seppur incarnato nella sua figura antieroica.
Note
(1) Fond. Ospedale psichiatrico di Ancona b 111-109 registro 486 relazione al procuratore del re, 17 maggio 1929.
Cristiano Caselli
Studente presso la facoltà di Storia Culture e Civiltà dell’Università di Bologna con uno spiccato interesse per la storia contemporanea.