“Mario a Cartagine” è un quadro di Alfonso Savini (1838-1908).
Alfonso appartiene alla dinastia di pittori bolognesi dei Savini, che percorsero tutto l’Ottocento nella loro arte; nipote di Giacomo Savini, si discostò completamente dall’arte del nonno, preferendo la pittura di storia.
Questa scelta gli valse la vittoria di ben tre premi Curlandesi: nel 1860 col quadro “Mario a Cartagine”, nel 1861 col quadro “Il cannoniere de Gasperi alla battaglia di Curtatone”, nel 1863 col quadro “io mi sedea in parte”, il fil rouge di questi tre quadri è la storia d’Italia, essi infatti rappresentano rispettivamente: un evento della Roma Repubblicana, un personaggio della Prima guerra d’Indipendenza italiana, e un passaggio della Vita Nuova di Dante.
In questo articolo ci soffermeremo sul primo di questa triade.
“Mario a Cartagine” è un quadro che rappresenta un punto focale della storia romana: l’esilio del console Caio Mario, che, sconfitto da Lucio Cornelio Silla, si rifugia a Cartagine.
LA STORIA DI MARIO ATTRAVERSO GLI OCCHI DI ALFONSO SAVINI
Caio Mario fu un illustre personaggio politico della Roma tardo repubblicana: fu homo novus, cioè un uomo che senza alcun legame familiare con la politica romana, riuscì a farsi strada raggiungendo le cariche apicali dell’istituzione repubblicana.
Entrò in scena con una serie di importanti campagne militari: nel 109 a.c. fu luogotenente del console Metello nella guerra contro Giugurta, ma grazie ad un espediente riuscì a farsi incaricare per la guerra scalzando Metello, e, grazie ai poteri appena acquisiti, a riformare l’esercito ammettendo i nullatenenti tra i ranghi:
«Egli intanto, arruolava soldati, non come era nell’uso di quel periodo, per classi sociali, ma anzi accettando tutti i volontari, per la massima parte capite censi (nullatenenti)» [1]
La riforma garantì gli uomini necessari per vincere la guerra nel 105 a.c. grazie anche all’aiuto del questore di Mario, Lucio Cornelio Silla, la cui ascesa coincise con la fine politica di Mario.
Dopo aver sconfitto Cimbri e Teutoni (104-103 a.c.) che da un decennio avanzavano nel territorio romano, Mario ottenne il consolato per cinque anni consecutivamente (dal 104 al 100 a.c.), il suo potere sembrava incontestato, ma l’uccisione di Druso, tribuno che propose l’allargamento della cittadinanza romana ai popoli italici, scatenò la violentissima Guerra Sociale, dove Silla emerse come brillante stratega, eclissando Mario.
Fu dopo la fine della guerra sociale (88a.c.) che i due finirono per scontrarsi, Mario, ormai vecchio, volle combattere la prima guerra mitridatica al posto di Silla, a tale scopo si fece sostituire a lui da un tribuno fedele, Silla, che non poteva accettare questo oltraggio, nell’88 marciò su Roma, la conseguenza fu una vera e propria guerra civile, che vide infine la vittoria di quest’ultimo.
CARTAGINE
Dopo esser stato sconfitto da Silla, Mario trovò rifugio a Cartagine, conquistata a seguito della terza e ultima guerra punica; quasi due millenni dopo i fatti, il Savini propose il tema all’Accademia delle Belle Arti di Bologna, descrivendo i suoi intenti in una lettera privata:
«Sig. Vice Direttore, la mezza figura rappresentante Mario seduto in mezzo alle rovine di Cartagine e che porta l’epigrafe “se poi si cangia in triste il lieto stato, volge la turba adulatrice il piede” è lavoro di chi pregia protestarsi» [2].
La citazione che Alfonso Savini presenta al Vice Direttore dell’Accademia, appartiene all’Orlando Furioso, nell’opera compiuta l’epigrafe scompare.
Questa citazione ci mostra la passione per la letteratura di Alfonso, ed intende esprimere un parallelismo: così come Orlando ha visto la donna da lui amata andarsene, così Mario ha visto il suo sogno di potere svanire, rendendo chiaro come la fortuna (il lieto stato) sia solamente qualcosa di effimero e temporaneo.
Il tema della mutabilità della fortuna è già esplorato dallo storico Plutarco nelle Vite Parallele, massima fonte per la biografia di Mario, ci racconta di un uomo ormai disperato e singhiozzante mentre si rivolge al pretore di Libia, Sestilio; quest’ultimo, applicando il decreto del senato che dichiarava Mario «nemico di Roma», vuole impedirgli di sbarcare.
Plutarco ci riferisce la risposta dell’ex console.
«Riferiscigli dunque che veduto hai Caio Mario sbandito e ramingo sulle ruine seder di Cartagine» [3].
La risposta di Mario, mette sullo stesso piano la ricchissima e antica città, divenuta ormai un mucchio di rovine, e uno dei più grandi cittadini di Roma, caduto in miseria, entrambi i destini sono collegati da una fortuna fugace.

MARIO A CARTAGINE DI ALFONSO SAVINI
A livello comunicativo, l’espressività del quadro è visibile negli elementi del viso, nonché nella mano che stringe la missiva di Roma, appena conclusa di leggere.
Osservando la figura di Mario nella sua interezza, possiamo notare emozioni contrastanti: se la mano, in primo piano, che stringe la lettera senatoriale, è chiusa in un pugno che sta ad indicare rabbia e frustrazione, il viso si colma di un’espressione pensierosa e desolata, lasciandoci intravedere i suoi pensieri.
Nello scenario possiamo vedere la città di Cartagine; Mario non si rassegnerà a condividere il destino della città, infatti il suo atto finale, dopo mesi di preparazione, sarà il ritorno a Roma, con il quale riuscirà per la settima e ultima volta ad ottenere il consolato, poco prima di morire nell’86 a.c. Il 26 Agosto 1860, la Commissione del Premio Curlandese mandava una lettera ad Alfonso Savini, che al tempo aveva 22 anni.
«La commissione, esaminata questa pittura, ed avendovi rinvenuto un discreto colorito, ed una certa facilità di pennello, non che un disegno bastantemente corretto, avuto a calcolo eziandio il felice esperimento di prova al tempore corrispondente all’opera messa in concorso, ha deciso di accordare il premio» [4]
Il premio di cui la commissione parla è una remunerazione in denaro di 25 scudi romani, cioè la moneta dello stato Pontificio, corrispondente a circa 135 lire.
QUANTO VALEVANO?
É molto complesso equiparare scudi o lire del XIX secolo agli euro attuali, una conversione che tenga conto del potere d’acquisto tra lire del 1861 ed euro odierni suggerisce che 135 lire dovessero valere 665 euro, ma è una cifra molto indicativa, possiamo farci un’idea migliore di quanto fossero queste 135 lire facendo un confronto con gli stipendi dei professori universitari:
«All’entrata in vigore della legge Matteucci, nel 1863, gli ordinari delle università primarie con dieci anni di servizio percepivano 6000 lire, una somma di poco superiore a quanto negli stessi anni corrispondeva la monarchia asburgica ai docenti padovani(…)lo stipendio dei professori straordinari, 3000 lire, era lo stesso ad esempio dei segretari di seconda classe dell’amministrazione del Lotto, degli archivisti di terza classe degli archivi di stato» [6]
Possiamo concludere che il premio acquisito dal Savini era quindi più o meno corrispondente alla metà dello stipendio mensile di un professore straordinario, una cifra di tutto rispetto per un giovane studente di 22 anni.
CHI HA SCRITTO QUESTO ARTICOLO?
Riccardo Montanari:
Riminese di nascita, bolognese di spirito, dopo essersi diplomato in Chimica e Biotecnologie Sanitarie frequenta la triennale di Storia all’Università di Bologna, tra i vari interessi coltiva quotidianamente quello della politica e dell’attualità, ha scritto in terza persona la presentazione che state leggendo e si sente decisamente a disagio mentre la pubblica.
Francesco Pio Ruggiero:
Diplomato in un istituto tecnico economico, attualmente studente laureando al terzo anno della triennale di storia all’UNIBO, tirocinante presso il Museo Ottocento Bologna, appassionato di Storia e Arte, con particolare interesse verso la storia della colonizzazione Sud americana e dell’età moderna.
Note bibliografiche:
Gaio Sallustio Crispo, Bellum Iugurthinum, LXXXVI [1]
Dinastia Savini, (a cura di) Francesca Sinigaglia e Ilaria Chia, Museo Ottocento Bologna, 2024, p. 39. [2]
Plutarco. Vite Parallele, F. Le Monnier 1845 p. 409. [3]
Dinastia Savini, (a cura di) Francesca Sinigaglia e Ilaria Chia, Museo Ottocento Bologna, 2024, p. 40. [4]
Annali di storia delle università italiane Comitato di direzione: Girolamo Arnaldi, Gian Paolo Brizzi (coord.),Piero Del Negro (coord.), Domenico Maffei, Antonello Mattone,Aldo Mazzacane, Giuliano Pancaldi, Andrea RomanoComitato scientifico: Rinaldo Bertolino, Patrizia Castelli,Giuliano Catoni, Giuseppe Catturi, Francesco Conconi,Ester De Fort, Primo Di Attilio, Gianfranco Fioravanti, Giuseppina Fois, Roberto Greci, Alessandro Maida, Danilo Marrara,Giovanni Marchesini, Luciano Modica, Simona Negruzzo,Daniela Novarese, Nicola C. Occhiocupo, Giorgio Orlandi, Cesare Pecile, Luigi Pepe, Antonio I. Pini, Marina Roggero,Fabio A. Roversi Monaco, Luciano Russi, Roberto Schmid,Gaetano Silvestri, M. Teresa Tesoro, Piero Tosi, Francesco Traniello Redazione: Gian Paolo Brizzi, Michelangelo L. Giumanini,Luciana Sitran Rea, Emilia Veronese Ceseracciu Direttore responsabile: Gian Paolo Brizzi P. 34 oppure https://centri.unibo.it/cisui/it/pubblicazioni/annali-di-storia-delle-universita-italiane/asui-3.pdf [5]
https://www.infodata.ilsole24ore.com/2016/05/17/calcola-potere-dacquisto-lire-ed-euro-dal-1860-2015/ https://www.istat.it/tavole-di-dati/il-valore-della-moneta-in-italia-dal-1861-al-2014/ documento e tabelle ISTAT [6]